Oggi di cancro si puo vivere e sempre più a lungo. Come può essere vissuta la vita

Riporto per intero un lavoro svolto da due psicongologhe:

Il sostegno psicologico:

un percorso emotivo

all’interno dei gruppi.

Paola Bertolotti

Psicologa e psicoterapeuta.

Conduce in Associazione i gruppi di sostegno psicologico

“Riprogettiamo l’esistenza” e “Decido di vivere”.

Dott.ssa Antonella Varetto.

S.C.D.U. Psico-oncologia, A.S.O. Molinette, Torino

“La cura della malattia e la cura della persona sono due aspetti inscindibili

di un’azione con un solo fine: aiutare a vivere”

Oggi di cancro si può vivere e sempre più a lungo.

Ma come può essere vissuta la vita da chi ha alle spalle una diagnosi di

cancro?

La necessità di doversi occupare anche degli aspetti umani e psicologici

della persona che si trova ad affrontare una delle esperienze tra le più

destabilizzanti, sta diventando un obiettivo fortemente e concretamente

condiviso da pazienti, medici e psicologi che riconoscono le potenzialità

di questa preziosa integrazione della “cura della malattia” e della “cura

della persona”.

Il sostegno psicologico

Il cancro è una malattia che entra violentemente nella vita e ne interrompe

bruscamente la continuità, inducendo un profondo senso di incertezza e di

impotenza. Incertezza perché il domani ora è rappresentato dall’incognita

e la paura di soffrire e di morire toglie le energie per riuscire a vivere

la quotidianità. Impotenza in quanto gli eventi che si susseguono fin dal

primo istante, in cui si scopre di essere passati repentinamente da uno

stato di salute a quello di malattia, sembrano essere fuori da ogni possibile

controllo e niente sembra essere affrontabile come lo era prima.

È un’esperienza che investe tutte le dimensioni dell’esistenza: psicologica,

fisica, umana, spirituale.

Possiamo pensare a come il concetto di identità personale sia racchiuso,

principalmente, nel corpo e come questa identità possa essere minacciata

al momento della diagnosi che, quasi sempre, è vissuta come una sentenza

di morte. Minacciata dagli accertamenti e dagli approfondimenti clinici che,

in quanto fuori dal proprio controllo, determinano uno stato di ansia, di

frammentazione e di impotente dipendenza dagli eventi. In una condizione

nella quale sentimenti di disperazione, di angoscia e di rifiuto possono alternarsi

a momenti di “anestesia emotiva” altrettanto dolorosa.

Anche l’intervento chirurgico, che fortunatamente oggi, per molti tipi

di tumore, è sempre meno invalidante, può modificare negativamente la

rappresentazione che ognuno ha del proprio corpo. Così come le terapie

oncologiche e i trattamenti medici spesso pesanti che, oltre a una profonda

stanchezza che si ripercuote su molti aspetti del vivere, inducono effetti

che toccano, ancora una volta, la sfera della propria identità: la perdita

dei capelli, il cambiamento del proprio corpo e delle sue percezioni o la

menopausa indotta, spesso molto in anticipo rispetto all’età biologica, che

mette la persona nelle condizioni di doversi forzatamente confrontare con

aspetti di sé non previsti.

E poi la preoccupazione per ciò che riguarda quell’area dell’esistenza

legata agli affetti (i rapporti famigliari, i rapporti con i figli, con il partner,

con gli amici) che attiva emozioni contrastanti: da una parte il bisogno di

essere compresi, ascoltati e rassicurati e dall’altra la faticosa necessità di

proteggere le persone care dall’ondata di dolore da cui si è invasi.

In ultimo, ma non meno importante, tutti i pensieri legati agli aspetti più

trascendenti “dell’essere” di ciascuno che riguardano il senso stesso che

ognuno dà alla vita e a ciò che può esistere in una vita “oltre”.

Sostenere psicologicamente chi vive questa esperienza, significa “prendersi

cura” della persona in un momento in cui la malattia ha modificato

in modo sostanziale la sua vita.

In un momento di grande sofferenza psicologica, causata dai tentativi di

trovare efficaci risorse interiori per gestire e affrontare questo terremoto

emotivo..

In un momento in cui la malattia ha dato inizio ad un processo di crisi che

potrà portare a due possibilità: riconoscere le potenzialità maturative di

questa esperienza o, al contrario, rimanerne intrappolati, vivendola come

un punto finale della propria vita, come un evento senza senso e come una

totale sconfitta personale.

La teoria sulla quale fonda il metodo di lavoro che Attivecomeprima ha

costruito negli anni e sperimentato costantemente nella sua validità, ha un

presupposto fondamentale: confrontarsi con le emozioni intense e profonde

che il cancro ha determinato, legate al senso di provvisorietà, alla

paura di soffrire e di morire, dà la possibilità di ridimensionarle, di ridurre

la sofferenza emotiva e di guardare all’evento come un’opportunità per

riequilibrare la propria vita, per riordinarne le priorità e per trovare un più

autentico senso di sé e dei propri affetti. E tutto questo indipendentemente

dalla malattia e dalle condizioni fisiche del momento.

Il gruppo

“La vita umana si è sempre svolta nei gruppi. Condividere costituisce un

elemento essenziale dell’esperienza…” (Foulkes)

Il gruppo racchiude in sé una grande potenzialità di cura.

Abbiamo sperimentato tutti come far parte di un gruppo possa aiutare ad

attraversare momenti evolutivi cruciali, favorendo il rispecchiamento e la

condivisione e facendo sentire accettati e sostenuti nell’affrontare cambiamenti

anche importanti nella propria vita.

Ancor più lo diventa per chi è costretto a confrontarsi con una malattia

ad esito incerto della quale, fino a non molto tempo fa, era impossibile

parlare agli altri e persino parlarne a sé stessi.

Quando non si pensava che affrontare con consapevolezza gli aspetti cruciali

e dolorosi di una malattia come il cancro e con l’idea di poter morire,

potesse rappresentare, paradossalmente, una spinta positiva verso il vivere.

Quello che nel gruppo si sperimenta è, prima di tutto, “l’essere non più

soli”. Presto si scopre che le emozioni che tanto spaventano come la paura,

la rabbia, il rifiuto, il senso di sconforto e di fallimento, sono comuni

ad altri e come diventi possibile, in un clima rassicurante dove si parla lo

stesso linguaggio, riconoscere, legittimare e trasformare queste emozioni,

senza sentirsene paralizzati.

Il gruppo diventa il luogo dove le angosce e i pensieri più dolorosi possono

essere espressi ed affrontati; dove poter parlare apertamente di tutto ciò

che preoccupa, anziché impegnare una quantità enorme di energie con lo

scopo di reprimere questi sentimenti.

Ed è anche un luogo dove è possibile potersi confrontare con altre modalità di

reazione alla malattia per poter in qualche modo, “apprendere” nuovi pensieri.

Il sostegno psicologico in Attive

Il lavoro di sostegno psicologico, ruota attorno a tre gruppi, chiamati simbolicamente

“Riprogettiamo l’Esistenza”, “Decido di Vivere”, “La Terapia

degli Affetti”. Abbiamo scelto di strutturarli, fin dall’inizio, non come

gruppi di “auto-aiuto” che hanno altre finalità e procedure, ma costruendo

una metodologia originale, appositamente creata per dare risposta ai bisogni

emotivi dei pazienti.

Questi gruppi sono consequenziali tra loro, hanno una durata di otto incontri

i primi e di venti incontri l’ultimo. Vi partecipano donne (ma non è esclusa

la possibilità di inserire anche uomini o di comporre il gruppo solo di questi)

di differenti età, condizione fisica, culturale e sociale che hanno avuto

un qualsiasi tipo di tumore.

Possono parteciparvi dal momento della diagnosi, durante e dopo le terapie

oncologiche, anche a distanza di anni.

Abbiamo scelto di comporre i gruppi in maniera eterogenea per diagnosi

e situazione clinica in quanto si è visto negli anni, che il vantaggio di trovarsi

con chi vive una ripetizione di malattia o una situazione fisica molto

difficile, è in realtà maggiore dello svantaggio che potrebbe derivare dal

confrontarsi con problematiche diverse dalla propria. Questo perché in

una situazione “protetta” si possono affrontare concretamente i fantasmi

delle proprie paure, capire come si può essere sostenuti e come non si è

lasciati soli.

La conduzione del gruppo è affidata a uno psicologo clinico il cui compito

non è quello di spingere verso trasformazioni profonde, ma quello

di controllare l’evoluzione del clima affettivo e di creare la “cultura del

gruppo”: trasmettere cioè la consapevolezza che, qualsiasi pensiero e

sentimento può essere espresso e accolto.

A fianco del conduttore è presente una fiduciaria (ex paziente appositamente

formata per lavorare a fianco degli specialisti dopo aver fatto la sua

personale esperienza nei gruppi) che rappresenta l’evidenza di chi vive

dopo la malattia, magari meglio di prima, e che diventa così uno stimolo

forte per rispecchiarsi in una identità positiva.

L’atmosfera di accettazione e senza giudizio che si ha cura di mantenere

anche tra i partecipanti, è la base indispensabile per riuscire a spostare

l’attenzione da un livello che inizialmente riguarda quasi esclusivamente

gli aspetti della malattia, ad un livello più profondo di vissuto personale.

“Riprogettiamo l’Esistenza”

È la prima tappa del percorso.

L’obiettivo, all’interno di questo gruppo, è quello di offrire un contenitore

dove poter esprimere il più liberamente possibile, in un linguaggio condiviso,

emozioni e vissuti legati all’esperienza della malattia e dove poter

parlare liberamente della paura della sofferenza e della morte.

Molti, non solo i pazienti, credono che avere il controllo sulle emozioni

possa influenzare il decorso della stessa malattia, e che rimanere “forti” e

non pensare al peggio, aiuti a non essere sopraffatti dalla paura. Sappiamo

che non è così, perchè l’energia spesa per reprimere le emozioni negative

che invece, a dispetto di ciò, premono più forte che mai, produce una

sofferenza emotiva ancora più grande, facendo sentire ancora più soli.

La lettura di un testo, appositamente costruito, avvia un cammino a ritroso

verso i primi momenti dell’esperienza, e introduce la consapevolezza di

poter riuscire ad affrontare gli aspetti più cruciali, che l’incontro con il

cancro ha fatto emergere, legati al senso della propria esistenza.

Ci si avvicina gradualmente ai temi della sofferenza e della morte, dell’insicurezza

di come affrontare il futuro, scoprendo che sono queste le paure

che influenzano negativamente la capacità di vivere anche il quotidiano.

Facendo emergere ciò che prima ognuno sentiva, ma non riusciva ad

esprimere, l’argomento della morte e della paura del domani, diventano

qualcosa di più tollerabile e gestibile e il futuro assume un significato diverso;

così come comincia ad assumere un significato diverso la speranza.

Speranza innanzitutto di poter guarire ma anche di riuscire ad affrontare

e superare le difficoltà senza farsi paralizzare dalla paura, speranza di

poter dare un significato nuovo alla vita, speranza di poter vivere meglio e

forse… anche di più.

Più si accetta il confronto aperto con la sofferenza emotiva legata a questa

esperienza più diventa possibile spostare l’attenzione dalla malattia,

distaccarsi da essa, affrontare altri aspetti della propria esistenza e dare

un significato più accettabile a quanto è successo, considerandolo non più

come una catastrofe, ma come una opportunità per dare un colore nuovo

alla vita.

Gli incontri sono intensi, a volte dolorosi, a volte divertenti e, nonostante

il lavoro non sia sempre in discesa, alla fine l’ansia, la negazione e la

depressione si attenuano.

“Decido di Vivere”

È la seconda tappa del percorso.

Dopo aver elaborato, nel gruppo precedente, la paura della sofferenza

e della morte, si è ora guidati da un testo che si propone di affrontare il

tema del cambiamento. Si cercano nuove modalità di pensiero e un nuovo

modo di interpretare l’esperienza della malattia.

Nuove modalità che possano aiutare a convogliare le energie nella vita e

verso sé stessi, al di là di quanto è accaduto o proprio perché è accaduto.

Raccontandosi, vengono attraversati i momenti più significativi della propria

vita, riconoscendo il modo in cui si sono affrontati, con la consapevolezza,

spesso nuova, che gli aspetti positivi di sé non si sono persi solo

perché ci si è ammalati.

Gradualmente si diventa sempre più partecipi degli eventi, anche quelli

più difficili e diventa necessario intraprendere la strada del cambiamento,

assolutamente unico ed individuale, che la malattia ha indicato.

Più aumenta la capacità di guardare in un modo nuovo agli eventi, più si

allontanano i fantasmi legati all’idea della malattia e della morte e si riesce

a dare voce a quelle parti di sé alle quali, per vari motivi, si era dovuto

rinunciare.

Prende corpo il desiderio di fare chiarezza e di ristabilire le priorità dei

valori che, alla luce della sofferenza, sono cambiati.

Indipendentemente da ciò che potrebbe accadere domani, si trovano le

risorse per valorizzare l’oggi e aprire una prospettiva nuova all’esistenza.

“La Terapia degli affetti”

“L’anima umana è pronta ad angosciarsi di fronte al male, ma ha sempre

in sé anche le risorse che riescono a combatterlo” (F. Fornari)

È la terza tappa del percorso.

Il tema focale non è più la malattia, ma la necessità di riorganizzare, in

modo graduale e pacifico, le emozioni già emerse ed accolte nei gruppi

precedenti.

La tecnica di conduzione è molto orientata a favorire un continuo scambio

tra ordine del giorno e ordine delle notte, tra la descrizione dei fatti e delle

esperienze e la loro lettura in chiave affettiva profonda.

L’infelicità, l’intrappolamento e la crisi, così come la felicità, la libertà

e la crescita trovano, in questo nuovo scenario, un senso più originario.

Riappacificarsi con il proprio Sé, utilizzare le risorse affettive in modo

nuovo, saper desiderare anche altro rispetto a ciò che si è sempre, talvolta

inutilmente, voluto, sono obiettivi possibili perché nel copione degli

affetti vi sono risorse pronte all’uso, soprattutto se li si può svincolare da

blocchi che, per questioni evolutive o traumatiche, le tenevano imprigionate.

 

I principali benefici di questo articolato percorso sono:

• L’uscita dall’isolamento e dalla solitudine;

• L’opportunità di esprimere emozioni, pensieri e paure;

• Il rafforzamento dell’autostima, dell’assertività e dell’autonomia;

• La diminuzione della depressione e della fragilità emotiva;

• Maggiore energia per affrontare i cambiamenti derivati dall’esperienza

traumatica della malattia;

• Maggiore capacità di affrontare condizioni fisiche difficili;

• La possibilità di ricostruire una immagine nuova e integrata di sé;

• La riduzione della dipendenza familiare, sanitaria, sociale;

• La consapevolezza di poter contribuire così al proprio processo di

cura, di guarigione e, comunque, a un significativo miglioramento

esistenziale.

 

Le parole delle donne

Da alcune delle parole espresse e raccolte durante il lavoro nei gruppi, si

può ancor meglio comprendere il percorso di adattamento all’evento malattia.

Come solamente l’accettazione e l’elaborazione di questa esperienza

e di tutte le sue dolorose implicazioni, porti al suo superamento, fino

a rendere possibile rinnovare il significato del vivere al di là del tempo

riservato ad ognuno.

“Il cancro irrompe nella vita come un uragano, vanno in frantumi i progetti,

le certezze, non ha più senso la quotidianità, non sai più chi sei e

chi sarai…”

“Perché proprio a me? Questo pensiero mi sveglia di notte e mi trapassa

il cuore come un pugnale. E ogni volta è come fosse la prima volta! Che

dolore e che paura.”

“Affiorano brani dolorosi di vita vissuta, rimasti dentro, allacciati al tempo

passato. Guardo indietro con rimorsi e con rimpianti: e il futuro?”

“Domani, ecco che inesorabilmente arriverà domani. Sarà il giorno della

chemioterapia, quella che mi riporta al dolore, alla rabbia per quanto è

successo, alle lacrime che ricompaiono sempre ogni volta che il pensiero

si ferma lì.”

“Vorrei evadere un po’ dal dolore, ascoltare solo me stessa, camminare in

un campo pieno di fiori del quale non si vede l’orizzonte.”

“Penso a cose mai godute, a sentimenti mai espressi. Non trovo più niente

a posto, provo un senso di perdita, di vuoto, di impotenza”.

“Mi trovo come davanti a un bivio e non so se vincerà la malattia o la

vita. Sono tentata di fermarmi ad attendere con rassegnazione gli eventi,

ma vorrei poter trovare la forza di andare incontro a me stessa e tuffarmi

nella vita.”

“Nel buio mi sembra di scorgere un piccolo spiraglio di luce: gli vado

incontro, determinata a trovarlo e spero che si possa ingrandire”.

“Non è un’altra ferita, è l’ultima, quella che ha portato in superficie tutte

le altre, quelle interne, che ora non puoi più ignorare. E se continui a

farlo allora davvero muori.

Per il resto, stai tranquilla, fidati! È un’opportunità.”

“Non permetto più che la paura del domani mi impedisca di essere me

stessa oggi. Mi sento viva, anzi rinata e questo mi fa bene per oggi e per

domani. Sto imparando a non lasciar scorrere nel vuoto il tempo e ad

aprire il cuore a tutto ciò che mi circonda.”

“Il tempo che mi è dato voglio utilizzarlo al meglio, voglio concedermi

di vivere le emozioni, di arricchirlo. Non voglio più trascurarlo come un

sacco vuoto.”

“Coraggio, ore di paura verranno ancora, ma voglio andare oltre, cercare

sempre una parte di me stessa che mi aiuti a trovare la luce.

Non lotto più contro la paura, mi lascio attraversare e poi… se ne va”.

“Avevo già deciso di vivere, ma quale vita? Correvo il rischio di vivere

quella di prima. Ho imparato a riprogettare la mia esistenza: ora ne sono

più consapevole.”

“Avevo già troppi problemi, non poteva cadermi in testa anche questa tegola.

Non riuscivo a reagire, non mi interessava più nulla, ho toccato veramente

il fondo, fisicamente e psicologicamente. Poi ho trovato ascolto,

condivisione, persone con le quali potevo piangere, ridere, amare, odiare,

parlare o stare zitta.”

“Ho soprattutto imparato ad accettare di aver avuto un cancro. Da quel

momento mi sono resa conto di essere giunta a un bivio: mi lascio morire

o decido di vivere? Insomma cosa faccio della mia vita? Il bisogno di

chiarezza mi ha fatto prendere la direzione giusta.”

“Ho guardato nel profondo me stessa e vi ho visto scritta la mia vita; nel

rileggerla ho trovato ciò che di me non conoscevo: ho accettato quelle

parti nascoste sentendole come una nuova risorsa.”

“Ho riscoperto il valore della mia esistenza. Non resto più inerme ad

aspettare la morte ma è come se chiedessi a lei di aspettare me.”

“Ora posso pronunciare e scrivere la parola cancro senza più sentirmi

male; sono guarita dalla paura.”

“La morte è divenuta un pensiero familiare, immaginata come un tempo

da vivere e, se possibile, da preparare. Un’idea forte che mi spinge a

vivere meglio di prima, a ridimensionare i problemi.”

“Sento di esistere in un lungo e continuo presente. Una dimensione quieta,

serena, che mi aiuta a capire che la morte fa parte della vita.”

“Una forza nuova è dentro di me: come una magia che trasforma le cose, le

rende belle e mi porta ad apprezzare le piccole cose che prima trascuravo.”


Dott.ssa Antonella Varetto.

S.C.D.U. Psico-oncologia, A.S.O. Molinette, Torino

Le psicoterapie di gruppo in oncologia

Il metodo di Attivecomeprima deve essere inquadrato nell’insieme degli

interventi psicologici a disposizione delle pazienti ammalate di cancro.

Non risulta oggi più possibile far riferimento a una sola teoria psicologica,

soprattutto in funzione dell’elaborazione di un programma terapeutico che

deve tener conto di diverse variabili: le esperienze individuali del paziente,

le modalità soggettive di reazione nei diversi stadi della malattia,

l’ambito nel quale viene realizzato il programma terapeutico, gli operatori

che lo realizzano.

Le psicoterapie in ambito oncologico sono suddivise in categorie in base

alla tecnica utilizzata ed alla teoria alla quale si riferiscono:inoltre possono

essere applicate individualmente o in gruppo. Ed è proprio nell’ambito

delle terapie che vedono il gruppo come fattore terapeutico, che si sviluppa

il metodo di Attivecomeprima; metodo che è stato costruito sull’ascolto

dei bisogni delle migliaia di pazienti incontrati e che presenta delle

differenze, anche sostanziali, da altri in uso in ambito oncologico, dei

quali ora farò un excursus teorico.

Per gruppo s’intende un insieme di persone di numero maggiore a due che

interagiscono tra loro. Il valore terapeutico dell’appartenere ad un gruppo

risiede nella possibilità, da parte dei pazienti, di sviluppare modelli nuovi

e più funzionali di socializzazione; inoltre il gruppo funziona da “specchio”

incentivando il comportamento imitativo e, sviluppando la tendenza

coesiva, fornisce la possibilità di condividere la richiesta e l’offerta di

cure, rompendo l’isolamento generato dalla malattia (Foulkes, 1967) e

negli ultimi anni è stato sempre più utilizzato in oncologia.

Gli obiettivi specifici delle terapie di gruppo in oncologia sono:

• uscire dall’isolamento: condividere esperienze ed emozioni con altri

malati all’interno del gruppo aumenta il senso di appartenenza e contrasta

la solitudine che i pazienti spesso avvertono, soprattutto dopo la

diagnosi;

• promuovere le risorse personali sentendosi utili per gli altri: ciò permette

di riacquistare fiducia nelle proprie capacità e percepirsi meno

impotenti;

• accrescere l’informazione: attraverso la condivisione dei problemi,

i partecipanti acquisiscono informazioni sulla loro condizione senza

percepirla “diversa”, in un clima di sostegno reciproco;

• migliorare le abilità di reazione alla malattia confrontandosi con le

modalità di reazione degli altri partecipanti;

• aumentare la capacità di comunicazione ed espressione emozionale sia

nel “qui e ora” del gruppo che nella realtà esterna. (Grassi et al, 2003).

Migliorano pertanto le relazioni sia con i medici che con i familiari

(Blake-Mortimer et al, 1999).

La psicoterapia di gruppo aiuta la persona a sentire, pensare e comportarsi

in modo nuovo rispetto al passato, utilizzando le relazioni fra pazienti e

fra pazienti e conduttore che si creano in quel momento all’interno del

gruppo. Il conduttore in genere è uno psicologo o uno psichiatra con una

formazione in psicoterapia di gruppo ed esperienza in oncologia. Solitamente

ha un colloquio individuale preliminare con la persona che intende

partecipare al gruppo per individuare se questo tipo di intervento è il

più adatto per la sua difficoltà. I gruppi infatti possono essere omogenei

per tipo di patologia oncologica, oppure per fase del tumore. Il numero

degli incontri può essere stabilito dal conduttore sin dall’inizio, oppure il

gruppo può essere aperto: i partecipanti cioè possono entrare o uscire dal

gruppo durante la sua vita. La scelta della durata degli incontri è stabilita

dal conduttore e può dipendere dalla tipologia dei partecipanti: ad esem21

pio i pazienti con malattia in fase avanzata beneficiano di trattamenti di

gruppo senza un tempo prestabilito, non strutturati e fondati su un’interazione

tra i membri (Costantini, 2002).

Il tema degli incontri può essere proposto dal conduttore; oppure può

essere flessibile e in questo caso sono i partecipanti a proporlo.

Come per la psicoterapia individuale, anche in quella di gruppo sono

utilizzati differenti orientamenti. I più diffusi e studiati nella popolazione

oncologica sono l’orientamento:

• supportivo – espressivo: è focalizzato sull’espressione dell’emozioni,

il sostegno fra i partecipanti al gruppo e l’approfondimento delle

tematiche esistenziali che l’evento malattia scatena (Spiegel e Classen,

2003);

• cognitivo – comportamentale: è l’approccio maggiormente studiato,

poiché si avvale di tecniche adatte per affrontare sintomi quali lo

stress, l’ansia e il dolore. Utilizza tecniche che permettono di modificare

i pensieri che sottostanno al comportamento. Il conduttore può

invitare i partecipanti a svolgere dei compiti fuori dal gruppo mirati ad

acquisire o rafforzare nuovi comportamenti. Alcune tecniche specifiche

utilizzate all’interno dei gruppi condotti con questo orientamento sono

il training autogeno e le visualizzazioni guidate (vedi precedentemente

nel capitolo);

• psicoeducativo: si basa su programmi di informazione che, con ausili

didattici (depliant, audiovisivi), incontri di discussione, incontri per

l’insegnamento di tecniche di gestione dello stress favoriscono la

conoscenza del paziente e dei familiari dei percorsi terapeutici, delle

problematiche cliniche, sociali ed emozionali correlate all’evento cancro,

migliorando il senso di controllo sul percorso di malattia (Fawzy

e Fawzy, 1994). Una importante applicazione degli interventi psicoeducativi

si ha nell’ambito dei programmi di screening genetico (Mc22

Daniel, 2005). In questo tipo di gruppo le interazioni fra i partecipanti

sono limitate ed il conduttore ha la funzione di facilitare l’apprendimento.

Molto diffusi in oncologia sono anche i gruppi di auto-aiuto che costituiscono

un intervento psicologico e non psicoterapeutico; forniscono

pertanto sostegno ai partecipanti, senza utilizzare tecniche specifiche,

ma sfruttando la forza del gruppo. Sono costituiti da pazienti uniformi

per patologia, o che presentano una stessa difficoltà e, occasionalmente,

si avvalgono della presenza di esperti esterni, a differenza dei gruppi di

psicoterapia nei quali il conduttore è parte integrante del processo di cambiamento.

La loro caratteristica è l’aiuto reciproco rispetto a un problema

già presente. I membri stabiliscono una relazione tra pari, ugualmente

coinvolti nella richiesta e nell’offerta di cure e di sostegno reciproco.

Agli incontri di gruppo possono essere associati colloqui con uno psicoterapeuta

o con altri specialisti.

Infine negli ultimi anni si sono affermati anche i gruppi di pazienti a scopo

terapeutico organizzati intorno ad attività quali la musica, la recitazione

e il ballo (Costantini e Grassi, 2004).

Nell’esperienza realizzata da alcuni anni a Torino, presso il Centro Oncoematologico,

attraverso l’associazione RAVI e con il metodo di Attivecomeprima,

si è cercato di realizzare praticamente quanto il far parte di un

gruppo possa aiutare una persona ammalata ad attraversare un momento

così difficile della vita. Alle donne dell’associazione e attraverso l’associazione

sono state offerti gruppi più strutturati secondo il metodo descritto

di Attivecomeprima, o gruppi focalizzati su tecniche di rilassamento,

in particolar modo training autogeno e, ove necessario, nel tempo, un

supporto individuale. L’utilità del gruppo viene continuamente rinnovata

nella partecipazione attiva alla vita dell’associazione e, se anche questo

non può dirsi atto psicoterapeutico in senso stretto, il vissuto di appartenenza

e la condividsione di obiettivi ed appuntamenti di volta in volta

diversi o che si rinnovano di anno in anno (dalla sfilata di moda alla conferenza

su argomenti di interesse comune) costutuisce quella base di forza

sulla quale le donne si appoggiano e che ritrovano anche nei momenti più

difficili del loro percorso.

Bibliografia

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