LA DEPRESSIONE

La depressione è un disturbo sicuramente diffuso tra la popolazione generale e quindi molto ben conosciuto.
sembra infatti, che ne soffra dal 10% al 15% della popolazione, con una diffusione maggiore tra le donne.Generalmente chi ne soffre mpstra un umore depresso, una marcata tristezza quasi quotidiana e tende a non riuscire piu lo stesso piacere nelle attività che provava prima.Le persone che soffrono di depressione, si sentono sempre giù, l’umore e i pensieri sono sempre negativi, sembra che presentino un vero e proprio dolore di vivere, che li porta a non riuscire a godersi più nulla.
Oltre a questi sintomi primari, normalmente succede che le persone che soffrono di questo disturbo ne presentano altri, quali:

  • un appetito aumentato o diminuito;
  • un aumento o una diminuizione del sonno;
  • spesso in marcato rallentamento motorio o, al contrario, una marcata agitazione;
  • una marcata affaticabilità;
  • una ridotta capacità di concentrarsi;
  • una tendenza molto forte ad incolparsi, a svalutarsi;
  • pensare al suicidio.

La depressione è una condizione psicologica che può esprimersi con una sintomatologia molto diversa non solo da persona a persona ma anche con sintomi diversi in diverse fasi della vita.

Per questo motivo, molte forme di depressione non vengono riconosciute o addirittura confuse con altre problematiche di tipo diverso : così capita che la depressione nel bambino venga scambiata dai genitori per iperattività, nel adolescente etichettata come inquietudine, nell’anziano confusa con la demenza senile.

Nell’adulto invece la depressione viene spesso confusa con una condizione estrema di stanchezza e di malessere.

La depressione: un disagio con molte facce.
La depressione può presentarsi con una sintomatologia molto diversa da individuo ad individuo, ma c’è un sintomo che accomuna tutte le persone depresse ed è la anedonia.

L’anedonia ovvero la ridotta capacità di provare gioia e piacere è in un certo senso l’essenza della depressione. Chi è depresso prova una profonda sensazione di noia e apatia, o, nei casi più gravi, di impotenza e disperazione. Tutto appare grigio e senza scopo, non si riesce più a divertirsi, a provare entusiasmo per niente. Anche la capacità d’amare risulta (momentaneamente) menomata : le persone care ci diventano improvvisamente indifferenti quando non sentiamo di detestarle.

Proprio per l’impatto distruttivo che la depressione ha non solo sul nostro benessere psicologico ma anche sulle relazioni con gli  altri, è importante riconoscere questo disturbo  e curarlo il prima possibile.

La depressione nelle fasi della vita.
In questo paragrafo spiegheremo brevemente come si manifesta la depressione nelle diverse fasi della vita.

La depressione nel bambino.

Per molte persone è assurdo pensare che un bambino possa essere depresso, invece la depressione infantile è in costante aumento. I bambini, tuttavia, non hanno ancora la capacità di verbalizzare il loro malessere, ma esprimono la loro sofferenza con il comportamento.

Tipicamente, il bambino depresso è una piccola peste : iperattivo e sempre agitato, sprezzante del pericolo, non riesce a rispettare le regole. I rapporti con gli adulti e gli altri bambini sono conflittuali : il bimbo depresso non riesce ad integrarsi con i coetanei a causa dei suoi atteggiamenti aggressivi e oppositivi, non riesce a tollerare la  frustrazione ma reagisce con frequenti scoppi di rabbia ad ogni  minima contrarietà.

Il rendimento scolastico non è adeguato all’intelligenza del bambino : anche se il bambino è molto intelligente, a scuola incontra notevoli difficoltà a causa della sua iperattività, del suo scarso interesse per la scuola e della sua difficoltà a mantenere l’attenzione per un tempo prolungato.

A volte la depressione si esprime con il rifiuto della scuola: il bambino ha paura di  essere abbandonato e di non trovare  più i suoi genitori quando tornerà a casa.

Sono frequenti i disturbi del sonno ( incubi, frequenti risvegli, sonnolenza durante il giorno)  e dell’alimentazione ( mangia troppo oppure troppo poco).

In molti casi il bambino depresso presenta enuresi notturna (cioè fa la pipì a letto).

La depressione nell’adolescente.

La depressione nell’adolescente non dovrebbe mai essere sottovalutata : se è vero che i momenti di crisi fanno parte di una normale adolescenza, è anche vero che questa è la fase della vita in cui si verifica il maggior numero di suicidi.

La depressione negli adolescenti può esprimersi con una sintomatologia simile a quella dell’adulto oppure in una forma  ” mascherata”  difficilmente riconoscibile.

Nel primo caso, l’adolescente appare depresso e apatico e/o irritabile e di cattivo umore, non ha amici né legami sentimentali ,niente sembra interessarlo. Trascorre tutto il giorno chiuso nella sua stanza a giocare ai video giochi ,a guardare la televisione  oppure a non far niente. Sono frequenti i disturbi del sonno: l’adolescente depresso si rifugia nel sonno, dormendo per tutto il giorno oppure al contrario, soffre d’insonnia.

L’aspetto fisico anche nelle ragazze è trascurato; sono frequenti i disturbi dell’alimentazione ( anoressia, diete  punitive, abbuffate con conseguente aumento di peso oppure un alternanza di digiuni e abbuffate) .

Si verifica spessissimo un calo vistoso del rendimento scolastico : anche gli adolescenti che prima riuscivano bene in tutto, ora accumulano insufficienze su insufficienze. Questi problemi scolastici sono dovuti sia ad un generale disinteresse verso la scuola che all’affaticabilità e alla difficoltà di concentrazione tipiche della depressione.

Come negli adulti la depressione può manifestarsi con disturbi psicosomatici : i ragazzi depressi si sentono sempre stanchi e lamentano vaghi e confusi malesseri ( tipicamente cefalee e disturbi digestivi) .

Anche i sintomi psicologici della depressione sono gli stessi degli adulti : gli adolescenti depressi hanno un immagine negativa di sé, si vedono brutti e pieni di difetti, si sentono poco amati, giudicano la loro vita un fallimento e non hanno nessuna speranza per il futuro.

Tuttavia , la depressione negli adolescenti può manifestarsi  anche con comportamenti ” ribelli” e trasgressivi , che a prima vista sembrano non avere alcun legame con la depressione, quali uso di droghe, frequenti ubriacature, promiscuità sessuale, risse e comportamenti spericolati. Queste condotte  servono per tenere a bada la sofferenza stordendosi o provando forti emozioni.

La depressione nell’anziano.

La depressione nella persona anziana viene confusa con il normale processo di invecchiamento oppure con un principio di demenza senile, per questo solo una piccola parte degli anziani depressi riceve un trattamento adeguato. Come negli adolescenti, la depressione senile non va sottovalutata: dopo l’adolescenza, la terza età è la fase della vita in cui si verificano più suicidi.

In genere nell’anziano la depressione è spesso nascosta  sotto sintomi somatici quali cefalee, palpitazioni, dolori alle articolazioni , vertigini, difficoltà respiratorie, insonnia ecc..

L’anziano tende quindi a concentrarsi e a lamentare questi sintomi che riporta e sottolinea ad ogni occasione.  L’anziano depresso tende a chiudersi in se stesso, diventando passivo ed evitando i contatti con gli altri o diventando lamentoso e irritabile. .

Altri sintomi tipici della depressione senile sono alterazioni delle memoria, eloquio rallentato e motricità rallentata. Questo non deve stupire perché la depressione comporta  a tutte le età, ma specie nella vecchiaia, un globale rallentamento delle funzioni cognitive.

La depressione nell’adulto.

Anche nell’adulto, specie se di sesso maschile, la depressione può presentarsi con sintomi atipici. Molte persone non riescono a riconoscere nemmeno con se stesse di stare male perciò  il disagio psicologico viene somatizzato. Il corpo esprime la fatica di vivere con  una serie di malesseri : ci sono i dolori alle gambe per indicare la fatica di reggersi sulle proprie gambe, la stanchezza cronica diventa l’espressione della propria stanchezza interiore, la cefalea parla di una testa troppo piena di ansie e preoccupazioni, i disturbi gastrointestinali diventano il simbolo delle cose che facciamo fatica a ” digerire” e così via.

Il desiderio sessuale ha un vistoso calo: la persona depressa sperimenta poca o nessuna voglia di fare l’amore. Il sonno è disturbato : ci può essere un insonnia persistente oppure si può avere un eccessivo bisogno di sonno. In genere queste persone girano da un medico all’altro e si sottopongono ad una serie di esami che risultano essere negativi ma continuano a pensare di avere un ” brutto male”.

Tipici casi di depressione nell’adulto
In questo paragrafo invece descriveremo brevemente come si presenta solitamente la depressione lieve, media e grave nell’adulto.

Depressione lieve.
Una persona che è depressa in modo lieve può nascondere facilmente a se stessa e agli altri la sua condizione psicologica. Apparentemente è tutto come prima : si lavora e ci si occupa della famiglia ma in modo diverso : manca il piacere di fare le cose e,a volte, tutto sembra un peso.

Si verifica una flessione dell’umore: la persona depressa si sente “spenta”, niente sembra coinvolgerla ed entusiasmarla. Ci sente annoiati e apatici, oppure irritabili e di cattivo umore : si scatta per ogni piccolezza. Il pensiero tende al pessimismo: si ha la tendenza a rimuginare su fatti spiacevoli e a pensare che ormai nella propria vita non può succedere niente di bello.

I rapporti con gli altri risentono dello stato di depressione: parenti e amici della persona depressa percepiscono da parte di quest’ultima freddezza e distacco. L’ anedonia coinvolge anche la sfera sessuale : la persona depressa ha sempre meno voglia di fare l’amore. C’è una sensazione di ridotta energia : ci sente sempre stanchi anche al mattino appena alzati. Il sonno difficilmente è ristoratore e spesso è disturbato : si fa fatica a dormire oppure ci sono frequenti risvegli verso le quattro o le cinque del mattino.

Depressione media.
In questo caso, si sperimenta una profonda stanchezza : tutto, anche le attività più semplici, costa molta fatica e sembra un peso insormontabile. La persona non ha più l’energia per assolvere ai compiti della vita quotidiana: ” perde colpi” sul lavoro, trascura il suo aspetto, la casa, la famiglia.

La capacità di provare amore è diminuita: non si prova più niente nemmeno verso il partner e i propri figli che appiano all’improvviso degli estranei. Il desiderio sessuale è assente. Tipicamente, la persona depressa si colpevolizza moltissimo per questo stato di cose e si sente un individuo indegno.  L’autostima è a terra : la persona dà un interpretazione negativa della sua vita. Cominciano a comparire pensieri di morte, anche se spesso non c’è un vero intento suicida. In questa fase la persona comincia a pensare che gli altri starebbero meglio senza di lui, oppure che nessuno sarebbe dispiaciuto per la sua morte.

Non si riesce più a pensare con chiarezza: si fa fatica a concentrarsi, ci si dimentica le cose, anche la capacità decisionale diminuisce : chi è depresso lamenta spesso di non riuscire a prendere da solo neanche le decisioni più semplici.

Il mattino è il momento più critico della giornata : la persona depressa fa moltissima fatica ad alzarsi dal letto, mentre verso sera  si verifica un leggero miglioramento del tono dell’umore.

Il sonno è disturbato come pure l’alimentazione.

Depressione grave
Una persona gravemente depressa non è più in grado di lavorare e di occuparsi di se stessa .Nei casi peggiori il depresso grave trascorre tutto il giorno a letto. I movimenti sono lenti ed incerti come se la persona si muovesse al rallentatore. Più raramente, si può invece verificare un comportamento agitato.  Anche il pensiero è rallentato : pensare diventa faticoso e la persona soffrente non riesce più a pensare in modo coerente. Alcuni clinici sottolineano che il comportamento di un depresso grave assomiglia a quello di un morto vivente come se la persona diventasse immagine vivente dell’angoscia mortifera che sente dentro di sé. Infatti, il depresso grave sperimenta una sofferenza e un angoscia di un intensità tali che la morte viene vista come l’unica via d’uscita. Il depresso grave è infatti tormentato da pensieri di colpa eccessivi ( tipico è la sensazione di aver rovinato la propria vita e quella delle persone care) di biasimo verso se stessi ( ci si percepisce come delle persone cattive o fallite), di morte e di suicidio. L’alimentazione e il sonno sono gravemente disturbati.

Dalla depressione si può guarire
Se ti sei riconosciuto in questi sintomi, non devi disperarti. La depressione è una condizione psicologica  molto comune, che non solo può essere curata ma da cui si può guarire completamente, riconquistando  un equilibrio psicologico migliore.

Se volete informazioni potete contattare: professionistidellamente.it

E’ molto difficile, però, che un depresso possa guarire da solo con la ” forza di volontà” o con altre tecniche tipo i fiori di bach o il pensiero positivo, ecc.

La depressione può essere curata facendo ricorso alla psicoterapia associata in alcuni casi ad un trattamento farmacologico.

 

Disturbi d’ansia

Una larga parte di noi ha avuto e potra avere un disturbo d’ansia nel corso della propria vita.

l’ansia di per sè è un’emozione naturale e universale; è generata da un meccanismo psicologico di risposta allo stress , il quale svolge la funzione di anticipare la percezione di un eventale pericolo prima ancora che quest’ultimo sia chiaramente sopraggiunto, mettendo in moto specifiche risposte fisiologiche che spingono da un lato all’esplorazione per identificare il pericolo ed affrontarlo nella maniera più adeguata e, dall’altro, all’evitamento e alla eventuale fuga, nonchè in una serie di fenomeni neurovegetativi come l’aumento della frequenza del respiro, del battito cardiaco (tachicardia), della sudorazione, le vertigini ecc. tali fenomeni dipendono dal fatto che, ipotizzando di trovarsi in una situazione di reale pericolo, l’organismo ha bisogno della massima energia muscolare a disposizione, per potere scappare o attaccare in modo più efficace possibile, scongiurando il pericolo e garantendosi la sopravvivenza.

l’ansia, quindi, non è solo un limite o un disturbo, ma costituisce una importante risorsa, perchè è una condizione fisiologica, efficace in molti momenti della vita per proteggersi dai rischi, mantenere lo stato dallerta e migliorare le prestazioni.

Quando l’attivazione del sistema ansiogeno è eccessiva, ingiustificata o sproporzionata rispetto alle situazioni, però siamo di fronte ad un disturbo d’ansia, che puo complicare notevolmente la vita di una persona e renderla incapace di affrontare anche le più comini situazioni.
I disturbi d’ansia conosciuti e chiaramente diagnosticabili sono i seguenti:

  • fobia specifica (aereo, spazi chiusi, ragni, cani, gatti, insetti, ecc.)
  • disturbo di panico e agorofobia (paura di stare in situazioni da cui non vi sia una rapida via di fuga)
  • disturbo ossessivo compulsivo
  • fobia sociale
  • disturbo da stess acuto o post-traumatico da stress
  • disturbo d’ansia generalizzata

La fobia

  •  La fobia e una paura marcata e persistente con caratteristiche peculiari:
  • è sproporzionata rispetto al reale pericolo dell’oggetto o delle situazioni;
  • non può essere controllata con spiegazioni razionali, dimostrazioni e ragionamenti;
  • supera la capacità di controllo volontario che il soggetto è in grado di mettere in atto;
  • produce l’evitamento sistemico della situazione-stimolo temuta:
  • permane per un periodo prolungato di tempo senza risolversi o attenuarsi;
  • comporta un certo grado di disadattamento per l’interessato;
  • l’individuo riconosce che la paura è irragionevole e che non è dovuta ad effettiva pericolosità dell’oggetto, attività o situazione temuta.

La fobia è dunque una paura estrema, irrazionale e sproporzionata per qualcosa che non rappresenta una reale minaccia, chi ne soffre è sopraffatto dal terrore all’idea di venire a contatto magari con un animale innocuo come un ragno o una lucertola, o di fronte la prospettiva di compiere un’azione che lascia indifferenti la maggior parte delle persone(ad esempio, il claustrofobico non riesce a prendere un ascensore).

Le persone che soffrono di fobie si rendono conto dell’irrazionalità di certe situazioni emotive, ma non possono controllarle.

L’ansia da fobia si esprime con sintomi fisiologici come tachicardia, disturbi gastrici e urinari, nausea, diarrea, senso di soffocamento, rossore, sudorazione eccessiva, tremito e spossatezza, si sta male e si desidera una cosa sola: fuggire!

scappare, d’altra parte è una strategia di emergenza, la tendenza ad evitare tutte le situazioni o condizioni che possono essere associate alla paura, sebbene riduca sul momento gli effetti dell paura, in realtà costituisce una micidiale trappola: ogni evitamento, infatti, conferma la pericolosità della situazione evitata e prepara l’evitamento successivo. tale spirale di progressivi evitamenti produce l’incremento, non solo della sfiducia nelle proprie risorse, ma anche della reazione fobica della persona, al punto da interferire con la normale routine dell’individuo, con il funzionamento lavorativo o scolastico oppure con le attività o le relazioni sociali. il disagio diviene così sempre limitante.

Attacco di panico

Tachicardia, sudorazione improvvisa, tremore, sensazione di soffocamento, dolore al petto, nausea, paura di morire o di impazzire, brividi o vampate di calore, sono solo alcuni dei sintomi che caratterizzano un attacco di panico.

chi lo ha provato lo descrive come un esperienza terribile, spesso improvvisa ed inaspettata, almeno la prima volta, è ovvio che la paura di un nuovo attacco diventa immediatamente forte e dominante.

il singolo episodio, quindi sfocia facilmente on un vero e proprio disturbo di panico, più per la “paura della paura” che altro.

la persona si trova rapidamente invischiata in un tremendo circolo vizioso che spesso si porta dietro l’agorafobia, ovvero l’ansia relativa all’essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile un aiuto, nel caso di un attacco di panico inaspettato.

diventa così pressochè impossibile uscire da casa da soli, viaggiare in treno in autobus o guidare la macchina, stare in mezzo alla folla o in coda, e così via.

l’evitamento di tutte le situazioni potenzialmente ansiogene diviene la modalità prevalente ed il paziente diviene schiavo del suo disturbo, costringendo spesso tutti i familiari ad adattarsi di conseguenza, a non lasciarlo mai solo e ad accompagnarlo ovunque, con l’inevitabile senso di frustrazione che  ne deriva  e che può condurre ad una depressione secondaria

Disturbo ossessivo compulsivo

Caratteristica essenziale di questo disturbo sono pensieri, immagini, o impulsi ricorrenti che creano allarme o paura e che costringono la persona a mettere in atto comportamenti ripetitivi o azioni mentali.  il disturbo è caratterizzato da ossessioni e compulsioni. almeno l’80% dei pazienti con questo disturbo ha sia ossessioni che compulsioni. le ossessioni sono pensieri , immagini o impulsi che si presentano più e più volte e sono al di fuori del controllo di chi li sperimenta. tali idee sono sentite come disturbanti e intrusive, e, almeno quando le persone non sono assalite dall’ansia, sono giudicate come infondate ed insensate. Inoltre queste persone possono preoccuparsi eccessivamente dello sporco e dei germi, possono essere terrorizzate dalla paura di avere inavvertitamente fatto del male a qualcuno, di poter perdere il controllo di sè e diventare aggressive in certe situazioni, di aver contratto malattie infettive o di essere omosessuali, anche se riconoscono che tutto ciò non è realistico. le ossessioni sono accompagnate da emozioni sgradevoli, come paura disgusto, disagio, dubbi, o dalla sensazione di non aver fatto le cose nel modo giusto, e gli innumerevoli sforzi per contrastare non hanno successo, se non momentaneo.

le compulsioni vengono anche definite rituali e sono comportamenti ripetitivi (lavarsi le mani. riordinare controllare) o azioni mentali (contare, pregare  ripetere formule mentalmente) messe in atto per ridurre il senso di disagio e l’ansia provocati dai pensieri  e dagli impulsi tipici delle ossessioni, un tentatico di elusione del disagio, un mezzo per controllare l’ansia.

in generale tutte le compulsioni che includono la pulizia, il lavaggio, il controllo, l’ordine il conteggio, la ripetizione ed il collezionare si trasformano in rigide regole di comportamento e sono spesso bizzarre e eccessive.

 Fobia sociale

La fobia sociale è un disturbo alquanto diffuso tra la popolazione, secondo alcuni studi la percentuale di persone che ne soffre va dal 3% al 13%, e sembra che ne soffrono più le donne che gli uomini.

la caratteristica principale di questo disturbo è la paura di agire, di fronte agli altri, in modo imbarazzante o umiliante e di ricevere giudizi negativi. Questa paura può portare chi ne soffre ad evitare la maggior parte delle situazioni sociali, per la paura di comportarsi in “modo sbagliato” e di venir mal giudicati.

solitamente le situazioni più temute sono quelle che implicano la necessità di dover fare qualcosa davanti ad altre persone, come per esempio esporre una relazione o anche solo firmare, telefonare o mangiare; a volte può creare ansia semplicemente entrare in una sala dove ci sono persone già sedute, oppure parlare con un proprio amico.

Le persone che soffrono di fobia sociale temono di apparire ansiose e di mostrare i “segni” cioè temono di diventare rosse in volto, di tremare, di balbettare, di sudare, di avere batticuore oppure di rimanere in silenzio senza riuscire a parlare con gli altri, senza avere la battuta pronta. Infine, accade spesso che chi ne soffre, quando non si trova in una situazione temuta, riconosco come irragionevole la propria paura e tenda, conseguentemente, ad auto accusarsi e rimproverarsi per non riuscire a fare cose che tutti fanno.

Questo disturbo, se non trattato, tende a rimanere stabile e cronico, e spesso può dare luogo ad altri disturbi come la depressione.

Disturbo post traumatico da stress

Il disturbo post traumatico da stress si sviluppa in seguito all’esposizione ad un evento stressante e traumatico che la persona ha vissuto direttamente, o a cui ha assistito, e che ha implicato la morte, o minacce di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri; La risposta della persona all’evento comporta paura intensa, senso di impotenza e/o orrore.

I sintomi sono:

il continuo rivivere l’evento traumatico persistentemente attraverso immagini, pensieri, incubi notturni;

l’evitamento persistente degli stimoli associati con l’evento o attenuazione della reattività generale: la persona cerca di evitare di pensare al trauma o di essere esposta a stimoli che possono riportarglielo alla mente, l’ottundimento della reattività generale si manifesta nel diminuito interesse per gli altri, in un senso di distacco e di estraneità;

sintomi di uno stato di iperattivazione persistente come difficoltà di addormentarsi o a matenere il sonno, difficoltà a concentrarsi, l’ipervigilanza ed esagerate risposte di allarme.

i sintomi possono insorgere immediatamente dopo il trauma o dopo mesi;

il quadro dei sintomi può essere acuto, se la durata dei sintomi è minore di tre mesi, cronico se ha una durata maggiore, o ad esordio tardivo, se sono trascorsi almeno sei mesi tra l’evento e l’esordio dei sintomi.

Gli eventi traumatici vissuti direttamente possono includere tutte quelle situazioni in cui la persona si è sentita in grave pericolo come i combattimenti militari, aggressione personale violenta, rapimento, attacco terroristico, tortura, incarcerazione come prigioniero di guerra o in un campo di concentramento, disastri naturali o provocati, gravi incidenti automobilistici, stupri, ecc. gli eventi vissuti in qualità di testimone includono l’osservare situazioni in cui un’altra persona viene ferita gravemente o assistere alla morte innaturale di un’altra persona dovuta ad assalto violento, incidente, guerra o disastro, o a trovarsi di fronte inaspettatamente a un cadavere; anche il solo fatto di essere venuti a conoscenza che un membro della famiglia o un amico stretto è stato aggredito, ha avuto un incidente o è morto(soprattutto se la morte è improvvisa o inaspettata) può fare insorgere il disturbo.

Disturbo d’ansia generalizzato

La persona affetta da disturbo d’ansia generalizzato è preda di un’ansia persistente, spesso concernente piccole cose. Il carattere distintivo di questo disturbo è una preoccupazione cronica, incontrollabile, per qualsiasi genere di circostanza o attività; per esempio, queste persone possono essere costantemente terrorizzate dalla possibilità che a un loro figlio capiti un qualche incidente. Il disturbo è così pervasivo da essersi meritato l’appellativo di <>.

Sono inoltre frequenti sintomi somatici come sudorazione, vampate di rossore, batticuore, nausea, diarrea, sensazione di freddo, mani appiccicose, bocca secca, nodo alla gola, respiro poco profondo, pollachiuria (aumento della frequenza delle urine). Tutte queste manifestazioni somatiche riflettono l’iperattività del sistema nervoso autonomo. Anche la frequenza del polso e la respirazione possono essere elevate. A volte vengono lamentati disturbi alla muscolatura scheletrica: tensione e dolenzia muscolare, soprattutto nella zona della nuca e delle spalle; tic alle palpebre e in altre parti del corpo; tremori; facile affaticabilità e incapacità a rilassarsi.

Benessere psicologico

Cosa rende felice l’uomo?

Come si può essere felici? Sembra questo, anche a livello evolutivo, il primo quesito che l’uomo si è posto fin dall’origine dei tempi.

Un interrogativo cui, nei secoli, ha tentato di rispondere attraverso la religione, la filosofia, la letteratura, l’arte; ma che oggi, grazie alle ultime scoperte delle neuroscienze, trova una nuova spiegazione nell’ambito della ricerca scientifica.

Più recentemente esso è diventato oggetto di studio della psicologia e sono stati fatti numerosissimi lavori in proposito. Ruut Veenhoven (1995) ha organizzato un World database of Happiness che registra una grande quantità di studi e di notizie relative a questo argomento. Dal nostro punto di vista di medici, psichiatri e psicologi il problema della Felicità, che nell’accezione comune ha una dimensione squisitamente personale e spirituale, può essere inglobato utilmente nel più ampio concetto di Qualità della Vita (QdV) e si può considerare che ne rappresenti l’essenza soggettiva

La felicità è soggettiva quello che rende felice una persona può non rendere felice un’altra, allora cos’e che rende felici la maggior parte delle persone????

Per ognuno di noi la felicità è uno stato emotivo di benessere diverso, e può dipendere da mille  fattori.

Le emozioni sono elementi fondamentali della nostra vita. Da loro prendiamo spunto. Loro muovono tutto. E l’uomo ne è sempre alla continua ricerca. Soprattutto di quelle sensazioni che lo fanno stare bene e lo appagano. In una parola sola, l’uomo è alla ricerca della felicità.

Proviamo a riportare conclusioni di ricerche e studi psicologici e sociologici, per capirci qualche cosa.

La saggezza popolare e l’esperienze personali ci suggeriscono che la ricchezza e i suoi abusi possono portare, in certi casi, una infelicità molto piu grave di quella che deriva dalla povertà estrema . Ma sono anche  le recenti ricerche a dimostrare che le persone più ricche, benché abbiano con maggiore facilità accesso a beni e servizi, e godano di una salute e di una istruzione migliore, non sempre sono più felici di chi possiede meno. Non è quindi nei beni materiali, o non solo, la risposta alla domanda di felicità, e ciò costituisce un importante tema di riflessione .

( ma come dice il comico  Brignardi è meglio essere felici su una mercedes quando piove che stare ad aspettare un autobus , che magari mentre aspetti passa uno con la mercedes e ti bagna tutto)

Claudio Bellotti  dice: I soldi non fanno la felicità, ce lo hanno detto e ridetto, lo hanno persino dimostrato scientificamente così da toglierci il dubbio.

Nonostante questo tutti lavoriamo per i soldi.

Anni fa fu chiesto a Freud cosa, secondo lui, rende un uomo felice, lui rispose “lavorare ed amare”. Quello che intendeva è bisogna trovare un equilibrio fra la vita professionale e quella privata e che bisogna amare il lavoro che si fa senza vivere per esso.

Semplice vero? Facile? Mah, al giorno d’oggi con il ritmo e le richieste sempre più impellenti direi di no.

Le ricerche degli ultimi anni, e il buon senso, ci dicono che i soldi non fanno la felicità ma guadagnarsi qualcosa che si vuole ,  raggiungere i propri obiettivi, sì.

Ben due Università (University of British Columbia e Harvard) hanno studiato quanto i soldi influenzino la nostra felicità e hanno scoperto che non è quanto guadagniamo che conta ma come li spendiamo. La National Academy of Sciences ha pubblicato uno studio che afferma che fino a 75 mila dollari la somma che si guadagna influenza la felicità, ma superata quella somma non c’è differenza. La ragione, secondo lo studio, è che fino a quella cifra c’è una variazione nei “bisogni primari” poi non più. Inoltre non sapendo come comprare la felicità guadagnare 100 o 500 mila non cambia.

Penso che questo studio sia veramente affascinante. Cosa fare allora? Vale la pena guadagnare di più?

La risposta ovviamente è sì. Basta spendere nel modo giusto, vuoi sapere quale è?

Ecco i 5 modi per comprare la felicità secondo la ricerca fatta.

  1. Compra esperienze non le cose. Se compri un’esperienza o qualcosa che rappresenta un esperienza (come una coperta in Scozia che ti ricorda dei bei momenti del viaggio) rimarrà nel tempo e sarà più emotivamente coinvolgente di qualsiasi oggetto. La tua vita è la somma delle sue esperienze, più ricordi più felici hai, più felice sei.
  2. Spendi per gli amici e con gli amici. La ricerca dice una cosa così ovvia da essere dimenticata. Il modo migliore per creare bei momenti e bei ricordi è stare con i tuoi cari. Se condividi le tue esperienze aumenterai l’intensità dell’emozione.
  3. Focalizzati sul processo. Il viaggio deve essere bello quanto l’arrivo, la preparazione quanto la cena. Se aspetti di essere felice solo quando tutto è fatto sarai felice per poco tempo.
  4. Usa il cuore e la mente. Se usi solo la testa spenderai sempre bene i tuoi soldi ma non sarai mai felice. Se usi solo il cuore ti divertirai un sacco ma butterai il tuo denaro. Usa la testa e il cuore insieme. Oppure usa la testa per le cose poco importanti per te così da avere più budget per le cose che ti stanno a cuore.
  5. Compra tante piccole cose piuttosto che una grande. Impara a godere di tante piccole cose, di tanti piccole esperienze, così arricchirai il tuo album di memorie e la tua quotidianità di felicità.

In un mondo che corre veloce, dove la gara a qualcosa di meglio è sempre più spietata rischiamo, se non facciamo attenzione, di perderci il momento  e di dimenticarci cosa conta veramente. Rischiamo di confondere i fini con i mezzi e i soldi sono di sicuro un mezzo.

David G. Myers, psicologo della Hope College di Holland, nel Michigan, dove ha svolto un’interessante ricerca. Nella sua ricerca, Myers ha individuato una notevole discrepanza tra benessere economico e felicità. Traduco: non necessariamente avere molti soldi, una posizione economica importante, successo e notorietà, sono sinonimi di felicità. In effetti, le cronache quotidiane sono piene di casi di persone ricche e famose piene di problemi. A testimonianza del fatto che i problemi, non fanno distinzione tra ricchi e poveri. Volendo esagerare, potrei affermare che in molti casi, i soldi sono stati dei veri e propri strumenti per “uccidere” la felicità.

Ricercatori degli Stati Uniti affermano che le realizzazioni individuali, come la carriera la scuola, possono prendere la maggior parte dei nostri sforzi, ma ciò che ci rende felici o infelici sono le esperienze con gli altri , gli eventi sociali l’appartenenza ad un gruppo.

Questo il risultato di una ricerca condotta da Jaremka Lisa , una studentessa di dottorato in psicologia presso la University of California, Santa Barbara, e Mauricio Cavallo, assistente professore di psicologia presso l’Università di Oklahoma , Norman , coautore dello studio Shira Gabriel dell’Università di Buffalo.

“La maggior parte di noi trascorre molto  tempo e concentra gli sforzi  sui risultati individuali come il lavoro, hobby e scuola “, dice Gabriel in un comunicato. “Tuttavia questa ricerca suggerisce che gli eventi che finiscono per essere più importante nella nostra vita, gli eventi che ci portano più felicità e trasportano anche il potenziale dolore, sono eventi sociali – dei momenti di collegamento con gli altri e sentire le loro connessioni  ”

La ricerca ha coinvolto 376 soggetti di studio, che hanno partecipato a quattro studi . Uno studio ha coinvolto studenti di college chiesto di descrivere le esperienze più positive e negative emotivo della loro vita. La stragrande maggioranza , hanno descritto eventi sociali. Lo stesso studio con i partecipanti di mezza età ha ottenuto risultati simili.

Il terzo studio ha dimostrato che il forte impatto emotivo di interdipendenti – o sociale – gli eventi riportati nei primi due studi non è dovuto a eventi sociali sono più salienti di eventi indipendenti.

Il quarto studio rileva che gli eventi sociali ottengono il loro pugno emotivo dalla necessità di appartenere ad un gruppo.

Secondo un’indagine tedesca svolta intervistando telefonicamente 28mila uomini dai 20 ai 75 anni residenti in svariati Paesi, una buona salute ed una famiglia felice sarebbero di gran lunga  più importanti di una  vita sessuale soddisfacente.

La salute, comprensibilmente, batte tutti ottenendo quasi un terzo dei voti, seguita da vicino dal desiderio di una famiglia serena, che ottiene il 26% delle preferenze. La soddisfazione sessuale si ferma però, sorprendentemente, ad un misero 2% nelle priorità degli uomini intervistati. L’importanza di una buona salute fondamentale per raggiungere qualsiasi altra forma di felicità.

Una ricerca ad opera di Luis Angeles dell’Università di Glasgow, pubblicata sul Journal of Happiness Studies, ha rivelato che per le persone di tutte le età (in particolare per le donne) i figli rappresentano la principale fonte di felicità, e più ce ne sono più sono felici. La felicità massima si raggiunge, quindi, essendo genitore ed avendo una vita sentimentale stabile e appagante.

Allora se siete ancora single? Non sentitivi affatto sfigati perchè, anzi, senza saperlo, state meglio di chi ha una normale vita di coppia. La singolare fotografia dei single quarantenni di oggi è stata scattata da un gruppo di studiosi del Lafayette College di Easton.

I ricercatori hanno coinvolto 1.500 americani, sposati e single, tra i 40 ed i 76 anni – ai quali sono stati proposti dei questionari finalizzati ad indagare sul loro benessere. Ne è emerso che i single non sono affatto tristi, infelici e incapaci di badare a loro stessi come si potrebbe pensare.

I risultati sono stati sorprendenti: i single over-40 godono di ottima salute mentale, sono autosufficienti, responsabili della loro vita e felici di come procede. I single mostrano uno stato di salute simile a quello delle persone sposate, ma anche una maggiore autosufficienza e sicurezza che, invece, non è stata riscontrata in tutti gli ‘accoppiati’.

E ancora un altro recente studio ha evidenziato quali sono i fattori che ci permettono di vivere meglio:

• L’autonomia
• La capacità di fare bene il proprio lavoro
• La vicinanza emotiva
• L’autostima

Autonomia
Vivere la propria esistenza scegliendo liberamente e senza imposizioni. Ma chi può essere totalmente libero? Chi può alzarsi al mattino e decidere senza limiti cosa fare? Allora dato che questa è molto probabilmente una chimera per la maggior parte di noi, un consiglio… abbassiamo un’aspettativa così alta e difficile da raggiungere e cerchiamo di essere autonomi e liberi tutte le volte che possiamo, senza farci condizionare da falsi bisogni .

La capacità di fare bene il proprio lavoro
Fare un lavoro che si ama e dà entusiasmo è un privilegio di poche persone. Cercare di fare bene il proprio lavoro e sentire di essere preparati per affrontarlo può essere molto più realizzabile e fonte di felicità. Per cui, se non siete felici del vostro lavoro, chiedetevi se veramente non è possibile cambiarlo, prima che lui cambi voi.

La vicinanza emotiva
Vivere bene con gli altri, sentirsi parte di un gruppo, provare affetto, non sentirsi isolati… Per raggiungere il benessere psicofisico è sicuramente importante essere vicini emotivamente e non solo fisicamente alle altre persone.

Autostima
Per sentirsi bene con se stessi è importante credere nelle nostre capacità, non considerarci, sempre e comunque, fuori posto o “sbagliati”, stare bene “nella nostra pelle”, cercando di valorizzare i nostri pregi, senza focalizzarci esclusivamente sui nostri difetti, ma semplicemente facendo il possibile per risolverli.

Il cammino della “psicologia positiva” è in pieno sviluppo, e i risultati ci portano a sorprendenti conclusioni. Ci sono prove oggettive che la felicità non si raggiunge con i soldi. Secondo queste ricerche, le persone più felici sono quelle che si concentrano sul “presente”, sul vivere bene l’oggi e non, sul domani.  “pensare al passato o di vivere proiettati nel futuro”. Smettere  d’ingannarsi che “domani sarà migliore”. Se non  si fa qualcosa per essere felice, domani non sarà migliore di oggi.

Pensare ad oggi e viverlo intensamente, magari come se fosse l’ultimo giorno della  vita. Grandi psicologi di primo piano, come Carl Rogers o Fritz Perls, nei loro libri descrivono la salute psicologica come la capacità di vivere nel presente.

Concentrarsi sul presente, su quello che uno fa e che ha già, aiuta ad essere più felici, più soddisfatti della vita. E’ difficile essere felici se uno non si sa apprezzare le cose belle che possiede già.

La felicità deve venire principalmente da dentro, dalla soddisfazione di alzarsi tutte le mattine e ripetersi che “Oggi è una bellissima giornata e chissà quante cose belle posso fare”! Soltanto quando si è sei felice internamente, accade il miracolo: che anche le cose materiali cominciano ad arrivare.

il successo è una conseguenza della felicità e non un modo per raggiungerla.

e ancora: una recente indagine scientifica condotta in Inghilterra da psicologi intenti ad analizzare un campione di soggetti sulla questione della felicità. Chi è felice? Dall’indagine risultano che “felici” sono soprattutto le persone che si dedicano agli altri, che hanno tempo per il volontariato e che si occupano dei propri figli. Meno felici – paradossalmente – risultano invece quelli che si possono definire “edonisti”, i ricercatori di una felicità che è fuga nel piacere per il piacere, che considera gli altri solo come oggetti che possono procurare il proprio piacere (dei mezzi). Insomma, chi esce dalla logica del dono gratuito di sé non è felice. A sostegno di questa tesi ci sono anche dati di una ricerca della San Diego University condotta su studenti in un periodo molto lungo di oltre 50 anni: l’infelicità tra gli studenti è aumentata negli anni con la crescita del benessere economico e del materialismo.

Rimedi per alleviare l’ansia

Al di là della terapia farmacologica e della psicoterapia, la cui efficacia è stata dimostrata, esistono molti rimedi più semplici che chiunque può praticare a casa propria. Tra questi le tecniche di rilassamento, che richiedono uno sforzo limitato e possono essere utilizzate in qualsiasi momento. Queste tecniche rappresentano una risposta naturale e fisiologica allo stress; possono verificarsi anche quando non si è coscienti di queste reazioni del nostro corpo. Il rilassamento viene definito come uno stato psicofisico nel quale l’individuo si sente sollevato dalla tensione. Raggiungere uno stato di rilassamento significa quindi essere in grado di controllare il livello di attivazione fisiologica, in modo tale da creare i presupposti per liberarsi dalla tensione.

Quando lo stress e l’ansia condizionano il normale funzionamento dell’organismo il rilassamento può essere utile al fine di ristabilire l’equilibrio. In oriente le tecniche di rilassamento sono conosciute e seguite da secoli: i maestri di yoga le praticavano come un aspetto fondamentale della loro disciplina; in occidente invece l’interesse per queste tecniche è stato scarso fino agli ultimi decenni, quando si è iniziato a considerare l’organismo come un sistema complesso costituito dall’interazione tra mente e corpo. Un contributo fondamentale allo studio del rilassamento e alla sua pratica terapeutica fu apportato dal professor J. H. Schultz, il quale sviluppò un metodo chiamato training autogeno. Si tratta di uno stato di leggero trance autoindotto attraverso tecniche di autosuggestione, il quale porta ad uno stato di rilassamento fisico e mentale.

Dopo gli studi di Schultz, molti psicologi e medici hanno cominciato ad usare le tecniche di rilassamento in aggiunta alle terapie di tipo convenzionale. Grazie al crescente interesse per questo campo di studi oggi sappiamo che tecniche diverse possono essere adattate a diversi tipi di personalità . Le tecniche proposte in questa sezione non vanno intese come un’alternativa alla psicoterapia, piuttosto come un’integrazione ad essa, o semplicemente come un esercizio di rilassamento da poter utilizzare comodamente a casa propria quando si ha un po’ di tempo da dedicare a sé stessi. Chiunque può eseguire questi semplici esercizi e trarne beneficio, non c’è alcuna controindicazione o pericolo.

  • Prima di iniziare con gli esercizi è necessaria una fase di preparazione per predisporre corpo e mente al rilassamento:
  •  indossa abiti comodi e leva le scarpe prima di iniziare l’allenamento;
  • puoi sedere su una poltroncina, su un divano, su una sdraio o sdraiarti sul letto, avendo l’accortezza di verificare che nessuna parte del corpo sia in tensione;
  • sistemati in una posizione comoda, non importa se sdraiato o seduto;
  • l’importante è sentirti comodo;
  • può essere utile passare qualche minuto sprofondando sempre di più nella poltrona;
  • se sei seduto appoggia le mani sulle gambe o sui braccioli;
  • se sei sdraiato metti le braccia lungo i fianchi.

Le tecniche risultano più efficaci se praticate ad occhi chiusi.

Skype e la consulenza psicologica online

Ma chi ha bisogno di uno psicologo?

Lo psicologo è ancora per molte persone il medico di”mente”, anche se la mentalità sta cambiando.

In realtà lo psicologo si rivolge non solo alle persone che soffrono di grave disagio psicologico ma, anche e soprattutto per le persone”normali”:

  • Per migliorare il nostro modo di interagire con altre persone.
  • Per superare un momento difficile a livello personale

I DISTURBI CHE POSSONO OSPITARE TUTTE le VIOLAZIONI CHE GENERANO DISAGIO PSICOLOGICO.

Lo psicologo aiuta a capire meglio il disagio e, quando possibile, di, fornire alcuni elementi utili al superamento spontaneo stesso.

Lo psicologo non sta cercando di risolvere tutti i problemi del suo paziente: aiuta il paziente a intensificare le proprie risorse interne per risolvere il problema e nel caso in cui questo non è possibile, aiuta a prendere le cose che non si può cambiare.

l’obiettivo di questo”incontro” è quello di alleviare il disagio del cliente mettendolo in condizioni, per imparare a conoscersi meglio e modificare dei punti deboli del suo carattere.

COME CHIEDERE CONSIGLIO

Per chiedere e ottenere consulenza psicologica attraverso internet attraverso questo sito web attualmente sono disponibili due modalità:

  • per.mail
  • via chat.

e-mail: questo è il più semplice e, finora, non è più utilizzato in questo settore.

Per una consulenza via e-mail

inoltre gli utenti registrati hanno la possibilità di ottenere una consulenza psicologica attraverso la chat e poter chattare online con uno psicologo. La chat può essere effettuata anche tramite Skype, in questo modo si può parlare e vedere i nostri terapisti.

Oggi di cancro si puo vivere e sempre più a lungo. Come può essere vissuta la vita

Riporto per intero un lavoro svolto da due psicongologhe:

Il sostegno psicologico:

un percorso emotivo

all’interno dei gruppi.

Paola Bertolotti

Psicologa e psicoterapeuta.

Conduce in Associazione i gruppi di sostegno psicologico

“Riprogettiamo l’esistenza” e “Decido di vivere”.

Dott.ssa Antonella Varetto.

S.C.D.U. Psico-oncologia, A.S.O. Molinette, Torino

“La cura della malattia e la cura della persona sono due aspetti inscindibili

di un’azione con un solo fine: aiutare a vivere”

Oggi di cancro si può vivere e sempre più a lungo.

Ma come può essere vissuta la vita da chi ha alle spalle una diagnosi di

cancro?

La necessità di doversi occupare anche degli aspetti umani e psicologici

della persona che si trova ad affrontare una delle esperienze tra le più

destabilizzanti, sta diventando un obiettivo fortemente e concretamente

condiviso da pazienti, medici e psicologi che riconoscono le potenzialità

di questa preziosa integrazione della “cura della malattia” e della “cura

della persona”.

Il sostegno psicologico

Il cancro è una malattia che entra violentemente nella vita e ne interrompe

bruscamente la continuità, inducendo un profondo senso di incertezza e di

impotenza. Incertezza perché il domani ora è rappresentato dall’incognita

e la paura di soffrire e di morire toglie le energie per riuscire a vivere

la quotidianità. Impotenza in quanto gli eventi che si susseguono fin dal

primo istante, in cui si scopre di essere passati repentinamente da uno

stato di salute a quello di malattia, sembrano essere fuori da ogni possibile

controllo e niente sembra essere affrontabile come lo era prima.

È un’esperienza che investe tutte le dimensioni dell’esistenza: psicologica,

fisica, umana, spirituale.

Possiamo pensare a come il concetto di identità personale sia racchiuso,

principalmente, nel corpo e come questa identità possa essere minacciata

al momento della diagnosi che, quasi sempre, è vissuta come una sentenza

di morte. Minacciata dagli accertamenti e dagli approfondimenti clinici che,

in quanto fuori dal proprio controllo, determinano uno stato di ansia, di

frammentazione e di impotente dipendenza dagli eventi. In una condizione

nella quale sentimenti di disperazione, di angoscia e di rifiuto possono alternarsi

a momenti di “anestesia emotiva” altrettanto dolorosa.

Anche l’intervento chirurgico, che fortunatamente oggi, per molti tipi

di tumore, è sempre meno invalidante, può modificare negativamente la

rappresentazione che ognuno ha del proprio corpo. Così come le terapie

oncologiche e i trattamenti medici spesso pesanti che, oltre a una profonda

stanchezza che si ripercuote su molti aspetti del vivere, inducono effetti

che toccano, ancora una volta, la sfera della propria identità: la perdita

dei capelli, il cambiamento del proprio corpo e delle sue percezioni o la

menopausa indotta, spesso molto in anticipo rispetto all’età biologica, che

mette la persona nelle condizioni di doversi forzatamente confrontare con

aspetti di sé non previsti.

E poi la preoccupazione per ciò che riguarda quell’area dell’esistenza

legata agli affetti (i rapporti famigliari, i rapporti con i figli, con il partner,

con gli amici) che attiva emozioni contrastanti: da una parte il bisogno di

essere compresi, ascoltati e rassicurati e dall’altra la faticosa necessità di

proteggere le persone care dall’ondata di dolore da cui si è invasi.

In ultimo, ma non meno importante, tutti i pensieri legati agli aspetti più

trascendenti “dell’essere” di ciascuno che riguardano il senso stesso che

ognuno dà alla vita e a ciò che può esistere in una vita “oltre”.

Sostenere psicologicamente chi vive questa esperienza, significa “prendersi

cura” della persona in un momento in cui la malattia ha modificato

in modo sostanziale la sua vita.

In un momento di grande sofferenza psicologica, causata dai tentativi di

trovare efficaci risorse interiori per gestire e affrontare questo terremoto

emotivo..

In un momento in cui la malattia ha dato inizio ad un processo di crisi che

potrà portare a due possibilità: riconoscere le potenzialità maturative di

questa esperienza o, al contrario, rimanerne intrappolati, vivendola come

un punto finale della propria vita, come un evento senza senso e come una

totale sconfitta personale.

La teoria sulla quale fonda il metodo di lavoro che Attivecomeprima ha

costruito negli anni e sperimentato costantemente nella sua validità, ha un

presupposto fondamentale: confrontarsi con le emozioni intense e profonde

che il cancro ha determinato, legate al senso di provvisorietà, alla

paura di soffrire e di morire, dà la possibilità di ridimensionarle, di ridurre

la sofferenza emotiva e di guardare all’evento come un’opportunità per

riequilibrare la propria vita, per riordinarne le priorità e per trovare un più

autentico senso di sé e dei propri affetti. E tutto questo indipendentemente

dalla malattia e dalle condizioni fisiche del momento.

Il gruppo

“La vita umana si è sempre svolta nei gruppi. Condividere costituisce un

elemento essenziale dell’esperienza…” (Foulkes)

Il gruppo racchiude in sé una grande potenzialità di cura.

Abbiamo sperimentato tutti come far parte di un gruppo possa aiutare ad

attraversare momenti evolutivi cruciali, favorendo il rispecchiamento e la

condivisione e facendo sentire accettati e sostenuti nell’affrontare cambiamenti

anche importanti nella propria vita.

Ancor più lo diventa per chi è costretto a confrontarsi con una malattia

ad esito incerto della quale, fino a non molto tempo fa, era impossibile

parlare agli altri e persino parlarne a sé stessi.

Quando non si pensava che affrontare con consapevolezza gli aspetti cruciali

e dolorosi di una malattia come il cancro e con l’idea di poter morire,

potesse rappresentare, paradossalmente, una spinta positiva verso il vivere.

Quello che nel gruppo si sperimenta è, prima di tutto, “l’essere non più

soli”. Presto si scopre che le emozioni che tanto spaventano come la paura,

la rabbia, il rifiuto, il senso di sconforto e di fallimento, sono comuni

ad altri e come diventi possibile, in un clima rassicurante dove si parla lo

stesso linguaggio, riconoscere, legittimare e trasformare queste emozioni,

senza sentirsene paralizzati.

Il gruppo diventa il luogo dove le angosce e i pensieri più dolorosi possono

essere espressi ed affrontati; dove poter parlare apertamente di tutto ciò

che preoccupa, anziché impegnare una quantità enorme di energie con lo

scopo di reprimere questi sentimenti.

Ed è anche un luogo dove è possibile potersi confrontare con altre modalità di

reazione alla malattia per poter in qualche modo, “apprendere” nuovi pensieri.

Il sostegno psicologico in Attive

Il lavoro di sostegno psicologico, ruota attorno a tre gruppi, chiamati simbolicamente

“Riprogettiamo l’Esistenza”, “Decido di Vivere”, “La Terapia

degli Affetti”. Abbiamo scelto di strutturarli, fin dall’inizio, non come

gruppi di “auto-aiuto” che hanno altre finalità e procedure, ma costruendo

una metodologia originale, appositamente creata per dare risposta ai bisogni

emotivi dei pazienti.

Questi gruppi sono consequenziali tra loro, hanno una durata di otto incontri

i primi e di venti incontri l’ultimo. Vi partecipano donne (ma non è esclusa

la possibilità di inserire anche uomini o di comporre il gruppo solo di questi)

di differenti età, condizione fisica, culturale e sociale che hanno avuto

un qualsiasi tipo di tumore.

Possono parteciparvi dal momento della diagnosi, durante e dopo le terapie

oncologiche, anche a distanza di anni.

Abbiamo scelto di comporre i gruppi in maniera eterogenea per diagnosi

e situazione clinica in quanto si è visto negli anni, che il vantaggio di trovarsi

con chi vive una ripetizione di malattia o una situazione fisica molto

difficile, è in realtà maggiore dello svantaggio che potrebbe derivare dal

confrontarsi con problematiche diverse dalla propria. Questo perché in

una situazione “protetta” si possono affrontare concretamente i fantasmi

delle proprie paure, capire come si può essere sostenuti e come non si è

lasciati soli.

La conduzione del gruppo è affidata a uno psicologo clinico il cui compito

non è quello di spingere verso trasformazioni profonde, ma quello

di controllare l’evoluzione del clima affettivo e di creare la “cultura del

gruppo”: trasmettere cioè la consapevolezza che, qualsiasi pensiero e

sentimento può essere espresso e accolto.

A fianco del conduttore è presente una fiduciaria (ex paziente appositamente

formata per lavorare a fianco degli specialisti dopo aver fatto la sua

personale esperienza nei gruppi) che rappresenta l’evidenza di chi vive

dopo la malattia, magari meglio di prima, e che diventa così uno stimolo

forte per rispecchiarsi in una identità positiva.

L’atmosfera di accettazione e senza giudizio che si ha cura di mantenere

anche tra i partecipanti, è la base indispensabile per riuscire a spostare

l’attenzione da un livello che inizialmente riguarda quasi esclusivamente

gli aspetti della malattia, ad un livello più profondo di vissuto personale.

“Riprogettiamo l’Esistenza”

È la prima tappa del percorso.

L’obiettivo, all’interno di questo gruppo, è quello di offrire un contenitore

dove poter esprimere il più liberamente possibile, in un linguaggio condiviso,

emozioni e vissuti legati all’esperienza della malattia e dove poter

parlare liberamente della paura della sofferenza e della morte.

Molti, non solo i pazienti, credono che avere il controllo sulle emozioni

possa influenzare il decorso della stessa malattia, e che rimanere “forti” e

non pensare al peggio, aiuti a non essere sopraffatti dalla paura. Sappiamo

che non è così, perchè l’energia spesa per reprimere le emozioni negative

che invece, a dispetto di ciò, premono più forte che mai, produce una

sofferenza emotiva ancora più grande, facendo sentire ancora più soli.

La lettura di un testo, appositamente costruito, avvia un cammino a ritroso

verso i primi momenti dell’esperienza, e introduce la consapevolezza di

poter riuscire ad affrontare gli aspetti più cruciali, che l’incontro con il

cancro ha fatto emergere, legati al senso della propria esistenza.

Ci si avvicina gradualmente ai temi della sofferenza e della morte, dell’insicurezza

di come affrontare il futuro, scoprendo che sono queste le paure

che influenzano negativamente la capacità di vivere anche il quotidiano.

Facendo emergere ciò che prima ognuno sentiva, ma non riusciva ad

esprimere, l’argomento della morte e della paura del domani, diventano

qualcosa di più tollerabile e gestibile e il futuro assume un significato diverso;

così come comincia ad assumere un significato diverso la speranza.

Speranza innanzitutto di poter guarire ma anche di riuscire ad affrontare

e superare le difficoltà senza farsi paralizzare dalla paura, speranza di

poter dare un significato nuovo alla vita, speranza di poter vivere meglio e

forse… anche di più.

Più si accetta il confronto aperto con la sofferenza emotiva legata a questa

esperienza più diventa possibile spostare l’attenzione dalla malattia,

distaccarsi da essa, affrontare altri aspetti della propria esistenza e dare

un significato più accettabile a quanto è successo, considerandolo non più

come una catastrofe, ma come una opportunità per dare un colore nuovo

alla vita.

Gli incontri sono intensi, a volte dolorosi, a volte divertenti e, nonostante

il lavoro non sia sempre in discesa, alla fine l’ansia, la negazione e la

depressione si attenuano.

“Decido di Vivere”

È la seconda tappa del percorso.

Dopo aver elaborato, nel gruppo precedente, la paura della sofferenza

e della morte, si è ora guidati da un testo che si propone di affrontare il

tema del cambiamento. Si cercano nuove modalità di pensiero e un nuovo

modo di interpretare l’esperienza della malattia.

Nuove modalità che possano aiutare a convogliare le energie nella vita e

verso sé stessi, al di là di quanto è accaduto o proprio perché è accaduto.

Raccontandosi, vengono attraversati i momenti più significativi della propria

vita, riconoscendo il modo in cui si sono affrontati, con la consapevolezza,

spesso nuova, che gli aspetti positivi di sé non si sono persi solo

perché ci si è ammalati.

Gradualmente si diventa sempre più partecipi degli eventi, anche quelli

più difficili e diventa necessario intraprendere la strada del cambiamento,

assolutamente unico ed individuale, che la malattia ha indicato.

Più aumenta la capacità di guardare in un modo nuovo agli eventi, più si

allontanano i fantasmi legati all’idea della malattia e della morte e si riesce

a dare voce a quelle parti di sé alle quali, per vari motivi, si era dovuto

rinunciare.

Prende corpo il desiderio di fare chiarezza e di ristabilire le priorità dei

valori che, alla luce della sofferenza, sono cambiati.

Indipendentemente da ciò che potrebbe accadere domani, si trovano le

risorse per valorizzare l’oggi e aprire una prospettiva nuova all’esistenza.

“La Terapia degli affetti”

“L’anima umana è pronta ad angosciarsi di fronte al male, ma ha sempre

in sé anche le risorse che riescono a combatterlo” (F. Fornari)

È la terza tappa del percorso.

Il tema focale non è più la malattia, ma la necessità di riorganizzare, in

modo graduale e pacifico, le emozioni già emerse ed accolte nei gruppi

precedenti.

La tecnica di conduzione è molto orientata a favorire un continuo scambio

tra ordine del giorno e ordine delle notte, tra la descrizione dei fatti e delle

esperienze e la loro lettura in chiave affettiva profonda.

L’infelicità, l’intrappolamento e la crisi, così come la felicità, la libertà

e la crescita trovano, in questo nuovo scenario, un senso più originario.

Riappacificarsi con il proprio Sé, utilizzare le risorse affettive in modo

nuovo, saper desiderare anche altro rispetto a ciò che si è sempre, talvolta

inutilmente, voluto, sono obiettivi possibili perché nel copione degli

affetti vi sono risorse pronte all’uso, soprattutto se li si può svincolare da

blocchi che, per questioni evolutive o traumatiche, le tenevano imprigionate.

 

I principali benefici di questo articolato percorso sono:

• L’uscita dall’isolamento e dalla solitudine;

• L’opportunità di esprimere emozioni, pensieri e paure;

• Il rafforzamento dell’autostima, dell’assertività e dell’autonomia;

• La diminuzione della depressione e della fragilità emotiva;

• Maggiore energia per affrontare i cambiamenti derivati dall’esperienza

traumatica della malattia;

• Maggiore capacità di affrontare condizioni fisiche difficili;

• La possibilità di ricostruire una immagine nuova e integrata di sé;

• La riduzione della dipendenza familiare, sanitaria, sociale;

• La consapevolezza di poter contribuire così al proprio processo di

cura, di guarigione e, comunque, a un significativo miglioramento

esistenziale.

 

Le parole delle donne

Da alcune delle parole espresse e raccolte durante il lavoro nei gruppi, si

può ancor meglio comprendere il percorso di adattamento all’evento malattia.

Come solamente l’accettazione e l’elaborazione di questa esperienza

e di tutte le sue dolorose implicazioni, porti al suo superamento, fino

a rendere possibile rinnovare il significato del vivere al di là del tempo

riservato ad ognuno.

“Il cancro irrompe nella vita come un uragano, vanno in frantumi i progetti,

le certezze, non ha più senso la quotidianità, non sai più chi sei e

chi sarai…”

“Perché proprio a me? Questo pensiero mi sveglia di notte e mi trapassa

il cuore come un pugnale. E ogni volta è come fosse la prima volta! Che

dolore e che paura.”

“Affiorano brani dolorosi di vita vissuta, rimasti dentro, allacciati al tempo

passato. Guardo indietro con rimorsi e con rimpianti: e il futuro?”

“Domani, ecco che inesorabilmente arriverà domani. Sarà il giorno della

chemioterapia, quella che mi riporta al dolore, alla rabbia per quanto è

successo, alle lacrime che ricompaiono sempre ogni volta che il pensiero

si ferma lì.”

“Vorrei evadere un po’ dal dolore, ascoltare solo me stessa, camminare in

un campo pieno di fiori del quale non si vede l’orizzonte.”

“Penso a cose mai godute, a sentimenti mai espressi. Non trovo più niente

a posto, provo un senso di perdita, di vuoto, di impotenza”.

“Mi trovo come davanti a un bivio e non so se vincerà la malattia o la

vita. Sono tentata di fermarmi ad attendere con rassegnazione gli eventi,

ma vorrei poter trovare la forza di andare incontro a me stessa e tuffarmi

nella vita.”

“Nel buio mi sembra di scorgere un piccolo spiraglio di luce: gli vado

incontro, determinata a trovarlo e spero che si possa ingrandire”.

“Non è un’altra ferita, è l’ultima, quella che ha portato in superficie tutte

le altre, quelle interne, che ora non puoi più ignorare. E se continui a

farlo allora davvero muori.

Per il resto, stai tranquilla, fidati! È un’opportunità.”

“Non permetto più che la paura del domani mi impedisca di essere me

stessa oggi. Mi sento viva, anzi rinata e questo mi fa bene per oggi e per

domani. Sto imparando a non lasciar scorrere nel vuoto il tempo e ad

aprire il cuore a tutto ciò che mi circonda.”

“Il tempo che mi è dato voglio utilizzarlo al meglio, voglio concedermi

di vivere le emozioni, di arricchirlo. Non voglio più trascurarlo come un

sacco vuoto.”

“Coraggio, ore di paura verranno ancora, ma voglio andare oltre, cercare

sempre una parte di me stessa che mi aiuti a trovare la luce.

Non lotto più contro la paura, mi lascio attraversare e poi… se ne va”.

“Avevo già deciso di vivere, ma quale vita? Correvo il rischio di vivere

quella di prima. Ho imparato a riprogettare la mia esistenza: ora ne sono

più consapevole.”

“Avevo già troppi problemi, non poteva cadermi in testa anche questa tegola.

Non riuscivo a reagire, non mi interessava più nulla, ho toccato veramente

il fondo, fisicamente e psicologicamente. Poi ho trovato ascolto,

condivisione, persone con le quali potevo piangere, ridere, amare, odiare,

parlare o stare zitta.”

“Ho soprattutto imparato ad accettare di aver avuto un cancro. Da quel

momento mi sono resa conto di essere giunta a un bivio: mi lascio morire

o decido di vivere? Insomma cosa faccio della mia vita? Il bisogno di

chiarezza mi ha fatto prendere la direzione giusta.”

“Ho guardato nel profondo me stessa e vi ho visto scritta la mia vita; nel

rileggerla ho trovato ciò che di me non conoscevo: ho accettato quelle

parti nascoste sentendole come una nuova risorsa.”

“Ho riscoperto il valore della mia esistenza. Non resto più inerme ad

aspettare la morte ma è come se chiedessi a lei di aspettare me.”

“Ora posso pronunciare e scrivere la parola cancro senza più sentirmi

male; sono guarita dalla paura.”

“La morte è divenuta un pensiero familiare, immaginata come un tempo

da vivere e, se possibile, da preparare. Un’idea forte che mi spinge a

vivere meglio di prima, a ridimensionare i problemi.”

“Sento di esistere in un lungo e continuo presente. Una dimensione quieta,

serena, che mi aiuta a capire che la morte fa parte della vita.”

“Una forza nuova è dentro di me: come una magia che trasforma le cose, le

rende belle e mi porta ad apprezzare le piccole cose che prima trascuravo.”


Dott.ssa Antonella Varetto.

S.C.D.U. Psico-oncologia, A.S.O. Molinette, Torino

Le psicoterapie di gruppo in oncologia

Il metodo di Attivecomeprima deve essere inquadrato nell’insieme degli

interventi psicologici a disposizione delle pazienti ammalate di cancro.

Non risulta oggi più possibile far riferimento a una sola teoria psicologica,

soprattutto in funzione dell’elaborazione di un programma terapeutico che

deve tener conto di diverse variabili: le esperienze individuali del paziente,

le modalità soggettive di reazione nei diversi stadi della malattia,

l’ambito nel quale viene realizzato il programma terapeutico, gli operatori

che lo realizzano.

Le psicoterapie in ambito oncologico sono suddivise in categorie in base

alla tecnica utilizzata ed alla teoria alla quale si riferiscono:inoltre possono

essere applicate individualmente o in gruppo. Ed è proprio nell’ambito

delle terapie che vedono il gruppo come fattore terapeutico, che si sviluppa

il metodo di Attivecomeprima; metodo che è stato costruito sull’ascolto

dei bisogni delle migliaia di pazienti incontrati e che presenta delle

differenze, anche sostanziali, da altri in uso in ambito oncologico, dei

quali ora farò un excursus teorico.

Per gruppo s’intende un insieme di persone di numero maggiore a due che

interagiscono tra loro. Il valore terapeutico dell’appartenere ad un gruppo

risiede nella possibilità, da parte dei pazienti, di sviluppare modelli nuovi

e più funzionali di socializzazione; inoltre il gruppo funziona da “specchio”

incentivando il comportamento imitativo e, sviluppando la tendenza

coesiva, fornisce la possibilità di condividere la richiesta e l’offerta di

cure, rompendo l’isolamento generato dalla malattia (Foulkes, 1967) e

negli ultimi anni è stato sempre più utilizzato in oncologia.

Gli obiettivi specifici delle terapie di gruppo in oncologia sono:

• uscire dall’isolamento: condividere esperienze ed emozioni con altri

malati all’interno del gruppo aumenta il senso di appartenenza e contrasta

la solitudine che i pazienti spesso avvertono, soprattutto dopo la

diagnosi;

• promuovere le risorse personali sentendosi utili per gli altri: ciò permette

di riacquistare fiducia nelle proprie capacità e percepirsi meno

impotenti;

• accrescere l’informazione: attraverso la condivisione dei problemi,

i partecipanti acquisiscono informazioni sulla loro condizione senza

percepirla “diversa”, in un clima di sostegno reciproco;

• migliorare le abilità di reazione alla malattia confrontandosi con le

modalità di reazione degli altri partecipanti;

• aumentare la capacità di comunicazione ed espressione emozionale sia

nel “qui e ora” del gruppo che nella realtà esterna. (Grassi et al, 2003).

Migliorano pertanto le relazioni sia con i medici che con i familiari

(Blake-Mortimer et al, 1999).

La psicoterapia di gruppo aiuta la persona a sentire, pensare e comportarsi

in modo nuovo rispetto al passato, utilizzando le relazioni fra pazienti e

fra pazienti e conduttore che si creano in quel momento all’interno del

gruppo. Il conduttore in genere è uno psicologo o uno psichiatra con una

formazione in psicoterapia di gruppo ed esperienza in oncologia. Solitamente

ha un colloquio individuale preliminare con la persona che intende

partecipare al gruppo per individuare se questo tipo di intervento è il

più adatto per la sua difficoltà. I gruppi infatti possono essere omogenei

per tipo di patologia oncologica, oppure per fase del tumore. Il numero

degli incontri può essere stabilito dal conduttore sin dall’inizio, oppure il

gruppo può essere aperto: i partecipanti cioè possono entrare o uscire dal

gruppo durante la sua vita. La scelta della durata degli incontri è stabilita

dal conduttore e può dipendere dalla tipologia dei partecipanti: ad esem21

pio i pazienti con malattia in fase avanzata beneficiano di trattamenti di

gruppo senza un tempo prestabilito, non strutturati e fondati su un’interazione

tra i membri (Costantini, 2002).

Il tema degli incontri può essere proposto dal conduttore; oppure può

essere flessibile e in questo caso sono i partecipanti a proporlo.

Come per la psicoterapia individuale, anche in quella di gruppo sono

utilizzati differenti orientamenti. I più diffusi e studiati nella popolazione

oncologica sono l’orientamento:

• supportivo – espressivo: è focalizzato sull’espressione dell’emozioni,

il sostegno fra i partecipanti al gruppo e l’approfondimento delle

tematiche esistenziali che l’evento malattia scatena (Spiegel e Classen,

2003);

• cognitivo – comportamentale: è l’approccio maggiormente studiato,

poiché si avvale di tecniche adatte per affrontare sintomi quali lo

stress, l’ansia e il dolore. Utilizza tecniche che permettono di modificare

i pensieri che sottostanno al comportamento. Il conduttore può

invitare i partecipanti a svolgere dei compiti fuori dal gruppo mirati ad

acquisire o rafforzare nuovi comportamenti. Alcune tecniche specifiche

utilizzate all’interno dei gruppi condotti con questo orientamento sono

il training autogeno e le visualizzazioni guidate (vedi precedentemente

nel capitolo);

• psicoeducativo: si basa su programmi di informazione che, con ausili

didattici (depliant, audiovisivi), incontri di discussione, incontri per

l’insegnamento di tecniche di gestione dello stress favoriscono la

conoscenza del paziente e dei familiari dei percorsi terapeutici, delle

problematiche cliniche, sociali ed emozionali correlate all’evento cancro,

migliorando il senso di controllo sul percorso di malattia (Fawzy

e Fawzy, 1994). Una importante applicazione degli interventi psicoeducativi

si ha nell’ambito dei programmi di screening genetico (Mc22

Daniel, 2005). In questo tipo di gruppo le interazioni fra i partecipanti

sono limitate ed il conduttore ha la funzione di facilitare l’apprendimento.

Molto diffusi in oncologia sono anche i gruppi di auto-aiuto che costituiscono

un intervento psicologico e non psicoterapeutico; forniscono

pertanto sostegno ai partecipanti, senza utilizzare tecniche specifiche,

ma sfruttando la forza del gruppo. Sono costituiti da pazienti uniformi

per patologia, o che presentano una stessa difficoltà e, occasionalmente,

si avvalgono della presenza di esperti esterni, a differenza dei gruppi di

psicoterapia nei quali il conduttore è parte integrante del processo di cambiamento.

La loro caratteristica è l’aiuto reciproco rispetto a un problema

già presente. I membri stabiliscono una relazione tra pari, ugualmente

coinvolti nella richiesta e nell’offerta di cure e di sostegno reciproco.

Agli incontri di gruppo possono essere associati colloqui con uno psicoterapeuta

o con altri specialisti.

Infine negli ultimi anni si sono affermati anche i gruppi di pazienti a scopo

terapeutico organizzati intorno ad attività quali la musica, la recitazione

e il ballo (Costantini e Grassi, 2004).

Nell’esperienza realizzata da alcuni anni a Torino, presso il Centro Oncoematologico,

attraverso l’associazione RAVI e con il metodo di Attivecomeprima,

si è cercato di realizzare praticamente quanto il far parte di un

gruppo possa aiutare una persona ammalata ad attraversare un momento

così difficile della vita. Alle donne dell’associazione e attraverso l’associazione

sono state offerti gruppi più strutturati secondo il metodo descritto

di Attivecomeprima, o gruppi focalizzati su tecniche di rilassamento,

in particolar modo training autogeno e, ove necessario, nel tempo, un

supporto individuale. L’utilità del gruppo viene continuamente rinnovata

nella partecipazione attiva alla vita dell’associazione e, se anche questo

non può dirsi atto psicoterapeutico in senso stretto, il vissuto di appartenenza

e la condividsione di obiettivi ed appuntamenti di volta in volta

diversi o che si rinnovano di anno in anno (dalla sfilata di moda alla conferenza

su argomenti di interesse comune) costutuisce quella base di forza

sulla quale le donne si appoggiano e che ritrovano anche nei momenti più

difficili del loro percorso.

Bibliografia

Blake-Mortimer, J., Gore-Felton, C., Kimerling, R., Turner- Cobb, J. M., Spiegel, D.

Improving the Quality and Quantity of Life Among Patients with Cancer:

a review of the Effectiveness of Group Psycotherapy.

European Journal of Cancer. 35(11):1581-1586, 1999

Costantini A., Grassi L.

Gli interventi di gruppo.

In Bellani M. Marasso G., Amadori D., Orrù W., Grassi L., Casali P., Bruzzi P.

Psiconcologia. Masson, Milano 2002

Costantini A., Grassi L.

Psicoterapia di gruppo in oncologia.

In Famiglia Oggi. Edizioni San Paolo. 2004.

Fawzy F.I., Fawzy N.W.

A structured psychoeducational intervention for cancer patients.

Gen Hosp. Psychiatry 16:149-192, 1994

Foulkes, S.H.

Analisi terapeutica di gruppo

Boringhieri, 1967

McDaniel S.H.

The psychotherapy of genetics

Fam Process 44(1):25-44, 2005

Grassi L., Biondi M., Costantini A.

Manuale pratico di Psiconcologia.

Il Pensiero Scientifico Editore. Roma 2003

Spiegel D., Classen C.

Terapia di gruppo per pazienti oncologici.

Tr. it. Mc-Graw-Hill Libri. 2003.

 

Società mediche in franchising

Perché conviene aprire un’attività medica su Internet in franchising

Avviando un’attività commerciale medica su Internet si possono eliminare molti dei costi legati alla distribuzione di prodotti medici, e dare servizi e informazioni utili senza spostarsi dal proprio ambulatorio.
Indipendentemente dal business a cui siete interessati, Internet vi permetterà di raggiungere i vostri pazienti a costi molto contenuti.
Inoltre, affidando alcune parti della vostra attività medica, come la distribuzione e la pubblicità e così via, ad altre aziende che usano anch’esse la Rete,
potrete garantire ai vostri pazienti un servizio medico di altissima qualità e tutto in franchising.

Le attività imprenditoriali mediche che si affidano al franchising e che quindi partono on line sono poi fortemente “scalabili”.
E’possibile iniziare con un’idea e realizzarla con investimenti limitati, per poi estendere rapidamente la propria attività ad altri business collaterali, facendo crescere la struttura poco per volta.
Infine, le tante forme di finanziamento disponibili permettono di partire con un investimento dilazionato nel tempo, pagando il costo delle attrezzature mediche mano a mano che il fatturato cresce.

Definire gli obiettivi

Prima di partire bisogna definire un piano d’azione preciso. E’ importante innanzi tutto avere un’idea efficace e innovativa e applicarla a settori che si prestino alla vendita on line.
Vanno molto bene i prodotti medici dentistici, le analisi con ricevute online, i prodotti medici relativi ai nostri amici animali, i servizi come la distribuzione dei pasti a domicilio.

Meno adatti al cyberspazio sono invece prodotti come l’abbigliamento per i medici e i prodoti alimentari per pazienti oncologici, la cui dieta e’ molto importante.
Ma non c’è una regola precisa: una buona idea in franchising può funzionare in ogni caso, a patto di definire un piano di business efficiente.
Per essere certi di essere in grado di avviare il sito nel migliore dei modi è importante prevedere con precisione la quantità e la qualità delle risorse di cui avrete bisogno quando i clienti cominceranno ad arrivare. Per esempio, un buon sito di attivita’ mediche non può non disporre di un servizio clienti in grado di rispondere (via web, posta elettronica o telefonicamente) alle richieste di chiarimenti da parte dei navigatori e pazienti.

Fondare una società medica

In genere, chi avvia un’attività commerciale medica in franchising su Internet crea una società a responsabilità limitata (Srl). Questa forma societaria si adatta molto bene alle start up di questo tipo perché consente di far entrare soci finanziatori nel capitale sociale, garantendosi i finanziamenti necessari per cominciare. Potete fondare una Srl da soli, assegnando una quota di minoranza a un socio di capitale (una banca o un venture capital). Ma noi vi consigliamo di trovarvi dei soci che mettano il proprio lavoro a disposizione dell’azienda: è difficile portare avanti una start up su Internet da soli. In questo caso i soci fondatori potrebbero avere quote minoritarie, ma mantenere la maggioranza nel loro complesso. I soci finanziatori potrebbero detenere una quota oscillante fra il 10 e il 30%. E’ inoltre utile mantenere alcune quote a disposizione, che verranno utili come stock options nel caso di una futura quotazione in Borsa della società.

Author: Franchisingcity